Oggi, 25 aprile celebriamo il settantesimo anniversario della Liberazione. Una vita. Che bilancio trarne?

L’immagine del popolo italiano che si può trarre oggi non è delle più lusinghiere. Colpisce la reazione isterica di fronte alle morti in mare, quasi si trattasse di persone che muoiono per dare fastidio a noi, che abbiamo già i nostri problemi. Non a caso la reazione più accreditata (anche se dal dire al fare c’è di mezzo, è proprio il caso di dire, il mare) anche dalla classe politica (non solo italiana ma anche europea) sempre più screditata, incompetente e zuzzurellona, è quella di “affondare i barconi”. Fattibilità, molto dubbia e problematica, a parte, colpendo il sintomo ci si illude di curare la malattia, per la quale occorrono ben altri rimedi, a cominciare dal ripristino di Mare nostrum. Un Paese che avesse un minimo di orgoglio nazionale lo avrebbe già fatto, ma noi siamo italiani e il nostro presidente del Consiglio si chiama Matteo Renzi.

Colpiscono i commenti sgangherati alla frase scritta da Gianni Morandi, che giustamente ha voluto ricordare che siamo storicamente una nazione di migranti. C’è una parte, penso minoritaria, del popolo italiano, che è composta da vigliacchi che si sentono a loro agio se possono sfogare frustrazioni e problemi sui più deboli, perché non hanno né il coraggio né l’intelligenza di sfidare i poteri forti. E’ rinato quello che Gramsci chiamò “il popolo delle scimmie” (con tutto il rispetto oggi dovuto ai simpatici primati). Costoro hanno perso ogni senso dello Stato, dell’interesse pubblico e del bene comune. Non a caso la reazione di Salvini a Morandi è stata: “Ospitali a casa tua!”. Un popolo di piccoli proprietari ignoranti, codardi, deboli con i forti e forti con i deboli, chiusi ognuno a casa propria, incapaci di provare solidarietà nei propri reciproci confronti, figuriamoci in quelli degli stranieri. Questo è il modello di società che il Matteo di opposizione e quello di governo portano avanti insieme. Una società di schiavi che godono solo se possono prendersela con chi sta ancora peggio di loro.

Si tratta del resto di un popolo costantemente defraudato del proprio avvenire come del proprio passato, e non certo ad opera dei migranti, dei rom, dei “clandestini” e degli altri bersagli preferiti della destra razzista appena citata. Che fine ha fatto il disegno dei Padri e delle Madri costituenti di una Repubblica democratica fondata sul lavoro? Una pessima fine, grazie al Matteo al governo, che tentando di rimbambirci con la sua serie infinita di insensate chiacchiere quotidiane, smantella i diritti del lavoro e distrugge la rappresentanza democratica. Con una legge, quella elettorale cosiddetta Italicum la quale, come ha confessato il suo massimo consigliere in materia, il professor D’Alimonte, mira “al rafforzamento dei poteri dell’esecutivo a spese del legislativo”. In un quadro anticostituzionale di complessiva ribadita subalternità del pubblico al privato, un privato potentissimo che si chiama multinazionali e finanza, i veri spaventosi leviatani dei nostri giorni, che dominano pressoché incontrastati e decidono ogni dettaglio delle nostre esistenze sempre più impoverite e precarie.

Un brutto 25 aprile, quindi, quello che celebriamo oggi, all’ombra dei due pessimi Mattei. Umori razzisti e disperazione sociale sembrano essere l’unico segno di vita, in realtà di agonia, dell’Italia che fu. Sembra scontato un declino relativamente lento ma sicuramente inesorabile, da cui non ci salveranno né le false promesse né i finti bersagli. Anzi, lo aggraveranno e lo accelereranno.

Risorgeremo? Non resta che sperare che nel seno del popolo italiano covino ancora gli anticorpi che portarono i nostri padri e nonni, la parte migliore dell’Italia, a liberarsi dal fascismo e dagli occupanti nazisti. Per ridare un senso e un futuro alla nostra nazione e al suo sacro testo costituzionale contro i nuovi razzismi e contro la subalternità ai poteri forti. Giovani e meno giovani svegliamoci e andiamo a scuola dai partigiani.