Il fiorentinissimo viceministro delle Infrastrutture Riccardo Nencini, leader del Psi postumo, è di quei tipi che, mentre il vicino di casa incendia il bosco, anziché chiamare pompieri e polizia intrattiene il villaggio sull’opportunità di inventare gli alberi ignifughi. Così ogni volta che arrestano qualcuno con l’accusa di aver rubato sugli appalti, il viceministro scatta come una molla e propugna la riforma del codice degli appalti. L’ha fatto dopo lo scandalo Expo, e dopo lo scandalo Mose, e dopo Mafia Capitale e dopo l’arresto di Ercole Incalza e le dimissioni del ministro Maurizio Lupi con i quali condivideva l’ufficio. Mai una parola su come ha fatto a non notare niente di strano in un anno che sta in quel Ministero.

Il viceministro non dà mai conto di una questione cruciale: se i signori degli appalti finiscono in manette per aver violato la legge che c’è, perché cambiarla? Per fare una nuova legge che vieti di violare la legge? O Nencini è a conoscenza di grosse porcherie consentite come legali dalle leggi attuali? E se è così, perché non ce le racconta?

La storia si ripete sempre uguale. Dopo Mani Pulite, il Parlamento si è baloccato per tutti gli anni 90 con la riforma degli appalti, partorendo la legge Merloni, le Merloni bis e la Merloni ter. Nessuno ha smesso di rubare. Poi è arrivato Berlusconi e ha detto che così non si costruiva più niente, e ha fatto la legge libera tutti, detta Obiettivo. Nencini si è infine fatto interprete del verbo renziano, secondo cui neppure la legge Obiettivo era più sufficiente a dare prosperità al Paese, e bisognava sbloccare, sveltire, snellire, semplificare. La decisione di affidare a Nencini la riforma del codice degli appalti è stata ufficializzata dal governo il 29 agosto scorso, in quel dolce limbo di smemoratezza del fine ferie, quando era svaporato il ricordo degli scandali di primavera Expo e Mose e prima della nuova ondata di arresti di Mafia Capitale. “Lasciateci lavorare” era il mantra renzian-nenciniano, magistralmente interpretato dall’incipit del comunicato stampa: “Divieto di introduzione e mantenimento di livelli di regolazione superiori a quelli minimi richiesti dalle direttive comunitarie”.

Non una parola sulla corruzione. Solo adesso – dopo aver appreso dai giornali che hanno arrestato il suo concittadino Stefano Perotti, direttore lavori di quasi tutti i lavori –, Nencini scopre che quel professionista è meglio che lo scelga la stazione appaltante e non l’appaltatore. Per dieci mesi aveva dichiarato settimanalmente sulla riforma del codice degli appalti senza notare il problema.

Ancora più curiosa l’ossessione di Nencini sulla regolazione dei lobbisti, che lo accompagna da un quindicina d’anni. Vuole rendere trasparente, apprendiamo da Repubblica, l’attività di coloro “che curano gli interessi delle aziende coinvolte nei lavori”. Da anni si vanta di aver imposto alla regione Toscana una simile severissima legge, ma non spiega mai che quella legge obbliga alla trasparenza solo le associazioni, non le aziende o i corruttori. “Per cancellare i tanti Bisignani che di volta in volta appestano la vita pubblica italiana, sarebbe quanto mai utile una legge sulle lobby”, tuonò nel 2011. Dimenticava che Bisignani l’avevano arrestato senza bisogno di apposita legge, mentre la sua legge in Toscana aveva acceso un faro su noti inquinatori della vita pubblica come Cittadinanzattiva e l’Associazione paraplegici.

Sprezzante del ridicolo, dal primo gennaio scorso ha infatti deciso di pubblicare sul sito del ministero, per trasparenza, il resoconto di tutti i suoi incontri con i “portatori di interessi particolari”. Sedici incontri in quattro mesi, tra i quali spicca il presidente dell’Authority dei Trasporti Andrea Camanzi, classificato lobbista e messo alla porta dopo quindici minuti di colloquio.

Non è stato invece messo alla porta il segretario di Nencini, Fabrizio Magnani, intercettato mentre chiede a un indagato dello scandalo Incalza, Giulio Burchi, di dare un posto a un altro vecchio socialista, Enzo Collio. “Ti ringrazio anche a nome di Riccardo”, dice Magnani a operazione avvenuta. Ma Nencini ha subito puntualizzato che, se Camanzi è un lobbista, Magnani e Collio sono solo due vecchi amici. Come Nencini stesso e Riccardo Fusi, quando il costruttore gli si raccomandava per avere qualche lavoretto sul terremoto de L’Aquila da Guido Bertolaso. Con questi concetti limpidi la strada verso gli appalti puliti è davvero spianata.

Il Fatto Quotidiano, 24 aprile 2015