SARA’ IL MIO TIPO? di Lucas Belvaux – Francia 2014, dur. 111 – Con Émilie Dequenne, Loïc Corbery
L’insegnante di filosofia, scrittore parigino, viene assegnato suo malgrado in un liceo di Arras nel nord della Francia e per alleviare la noia abborda sfacciatamente una parrucchiera. Tra i due trentenni, il solitario intellettuale e la bionda ottimista e piena di vita, già mamma di un bimbo, l’attrazione fisica è evidente, ma la relazione si complica nel momento del confronto tra i differenti gusti nel proprio tempo libero e ambizioni. Una commedia romantica apparentemente banale si trasforma in una spiritosa e dolorosissima esposizione dell’impossibilità d’amare. Lo spunto alto è Roland Barthes (in originale: Pas son genre), ma c’è anche l’esaltazione dei palazzoni di periferia, Jennifer Aniston e Dostoevskij, il karaoke e l’opera. Messa in scena fluida e delicata, concentrata con impeccabile precisione tra i due protagonisti (i co-protagonisti vengono sfiorati e mai seguiti e/o resi determinanti ai fini della trama). Le differenze socio-culturali, vulnus inestricabile, sono evidenti; ma la caricatura dello scontro/incontro non è mai dozzinale. Sarà il mio tipo? mostra che le difformità a livello esistenziale di una coppia possono rivelarsi più invalidanti di qualsiasi barriera di classe economica. E il duro finale, dopo tanta speranza, fa male all’anima. Emilie Dequenne fu la Rosetta dei Dardenne nel 1999.  4/5

SHORT SKIN di Duccio Chiarini – Italia 2014, dur.82 – Con Matteo Creatini, Francesca Agostini
Se entrando in sala la prima immagine che vedrete è un primo piano di un sedere nudo, non preoccupatevi, lo rivedrete più avanti, e incrocerete anche un pene, un pube o dei seni. L’iniziazione all’età adulta attraverso il sesso del 17enne schivo e ricurvo Edo passa per un “pisello” affetto da fimosi: pelle troppo stretta sul glande e impossibilità nel masturbarsi, figuriamoci nell’avere rapporti sessuali. L’estate sulla costa tirrenica diventa così il banco di prova: tra l’amico ossessionato dalla verginità da perdere, l’amata e tormentata amica da conquistare, e una famiglia pazza e distratta. Non c’è però nulla di concitato o accelerato nell’opera prima di Chiarini. Tutti parlano, alludono, e fanno (perfino il cane) sesso, ma Edo si prende il “suo” tempo per capire quando immolarsi, con chi e se l’operazione chirurgica nelle parti basse è poi così necessaria. Curioso esordio low budget per un racconto lieve ed intimo, con una regia mai invadente che preferisce fissare a terra la m.d.p. e attendere la semplicità dell’atto scenico e del dialogo (mai ridondante e sciocco) davanti all’obiettivo. Gran uso del fuori vista, di corpi nudi naturalmente imperfetti e di una bonaria e ruvida ironia alla toscana (pisana?) che riesce a lasciare sempre una piccola traccia di amarezza oltre il sorriso. 3/5

SAMBA di Eric Toladeno e Olivier Nakache – Francia 2014, dur. 119 – Con Charlotte Gainsbourg, Omar Sy
C’è poco da ballare nel nuovo film di duo Toladeno/Nakache. Samba è una constatazione per certi versi agghiacciante dell’hobbesiano “homo homini lupus” nel difficile contesto razziale odierno dell’Occidente.  La storia del ragazzone senegalese omonimo (l’accento va sull’ultima “a” del nome) da dieci anni lavapiatti in un ristornate di lusso parigino, finito in lista d’attesa per essere espulso, quindi clandestino aggrappato ad ogni piccolo lavoretto e ai sorrisi dell’alto borghese Alice, che a sua volta segue le cause degli stranieri in un centro d’accoglienza per uscire dalla crisi depressiva, dopo la classica esposizione realistica delle forche caudine passate dal migrante, si trasforma in uno strano gioco al massacro dove la risata, se mai fosse stato l’obiettivo dell’opera, viene offuscata per far posto al desiderio di sopravvivenza. Regia essenziale senza troppi fronzoli stilistici, performance attoriali prosciugate lentamente da ogni velleità di romanticismo minimale, sguardo su Parigi mai cartolinesco, Samba si segue in surplace per un paio d’ore, fino alla volata finale che riscrive le coordinate buoniste sul tema immigrazione. 3/5

IN THE BOX di Giacomo Lesina – Italia 2014, dur.81 – Con Antonia Liskova, Niccolò Alaimo
Una giovane donna si sveglia imbavagliata e con le mani legate dentro all’abitacolo di un auto, a sua volta rinchiusa nel box di un piccolo garage. Come se non bastasse nello spazio che pare sigillato, c’è un tubo da cui esce anidride carbonica. A chiudere la donna lì dentro sembra essere un tizio che le parla al telefonino e che sa tutto di lei, tra cui i minuti che le mancano prima che il gas la uccida. Interessante thriller claustrofobico per l’esordiente Lesina, tutto imperniato sul tecnicismo legato alle mille angolazioni del punto macchina e al lavoro incessante di montaggio. Peccato che il testo non abbia quell’effetto trascinamento anche solo a rimorchio della forma per creare la suspense. Liskova piange, scalcia e si dimena in una performance da horror movie. 2/5

AVENGERS: AGE OF ULTRON di Joss Whedon – Usa 2015, dur. 142 – Con Robert Downey Jr., Scarlett Johansson
Avengers capitolo due, di tanti che ne verranno. I supereroi Marvel dei Vendicatori ci sono (quasi) tutti e stavolta il destino del mondo è in pericolo per via di Ultron, un’intelligenza artificiale autocosciente che fa le bizze e si ribella ai dettami di Tony Stark/Iron Man. Inizio con battaglia tra le nevi dell’Est, poi la prima crepa tra gli eroi con un ferito non grave, il lievitare del nuovo nemico attraverso un nuovo supereroe indistruttibile, le continue schermaglie tra Hulk e Iron Man, tra Hulk e la Vedova Nera, la casa nella prateria americana (con bandiera) dove rifugiarsi, e ancora un continuo saltellare (senza motivo) di set in set internazionale come insegna da decenni James Bond. Entusiasmo dei fan a parte, la saga degli Avengers non inventa uno spunto che uno di messa in scena che non sia una estremizzazione della digitalizzazione degli effetti speciali, un arzigogolare attorno ai soliti incomprensibili ipertecnologismi dello script, o una svolta drammaturgica modello battutina da scuola media. I primi Superman e Batman, la fantascienza di 2001 e perfino di AI cercavano di spiegarsi, rendere criticamente effimero il progresso scientifico e mortale il supereroe; gli Avengers proseguono invece come schiacciasassi sull’autostrada glamour dell’acriticità futura come fossero simpatici e fracassoni guru cinematografici di un vuoto avvenire. Sconcertante. 1/5