Sicherai, Sicherai… La storpiatura italica della famigerata Sicherheits Albeitung, una banda composta in Oltrepò pavese da militi italiani ma al servizio dei tedeschi, come indica il nome stesso, ha ancora un suono lugubre e sinistro tra la fine della pianura e le colline dove si nascondevano i partigiani, tra il Po nel quale sono stati gettati cadaveri di partigiani e l’appennino dal quale si svalla verso il mare sulle antiche vie del sale. Il fondatore era colonnello dell’aviazione Guido Alberto Alfieri, ucciso per errore dai suoi stessi uomini e sostituito da famigerato comandante Felice Fiorentini. “Nella notte del 23 giugno del 1944 un gruppo di militi della Sicherheits, rifugiatisi in una casa a Pietragavina di Varzi, sentirono un veicolo avvicinarsi e, temendo si trattasse di partigiani, aprirono il fuoco ma all’interno c’era il Colonnello Alfieri che, colpito, morì in ospedale dopo 5 giorni”, riportano le cronache. Composta da uomini che agivano spesso in borghese (la fascia Sa o una svastica al braccio) con tecniche di contro-guerriglia – imboscate, spionaggio, infiltrazioni – il reparto ha causato molti danni ai partigiani e alle popolazioni civili, con esecuzioni sul posto, esposizione dei cadaveri, torture. Fiorentini, ingegnere, era stato direttore della ferrovia Voghera-Varzi, chiusa nel dopoguerra. Resta il binario arrugginito che in parte coincide con una ciclabile, nel tratto iniziale. E la Stazione di Salice, ristrutturata di recente e diventata un ottimo ristorante con camere.

Seguendo le indicazioni di un lavoro appena pubblicata, I luoghi del ricordo nell’Oltrepò pavese, a cura di Giovanni Giorgi (Guardamagna Editore, Varzi), si può inoltre proseguire questo percorso della memoria arrivando a Pietragavina, comune di villeggiatura montana estiva, con un ristorante molto rustico all’Hotel Posta, e la località di Piane, poco distante, dove sono stati uccisi Stefano Fiori, Arturo Giannuzzi e Giovanni Ballerini, catturati a Crociglia di Zavatterello. In quello stesso luogo si trova una lapide che ricorda l’esecuzione dei tre partigiani ma non quella di Fiorentini. Catturato nei giorni della Liberazione lo hanno portato sul luogo e giustiziato. Una memoria storica riguarda la sfilata che gli hanno fatto fare dentro una gabbia di legno. Il capitano Pier Alberto Pastorelli, che rappresentava il braccio operativo di Fiorentini, era invece morto, asserragliato dentro a una casa, in uno scontro con i partigiani per il lancio di quattro bombe a mano che hanno provocato l’incendio. L’opera di Giorgi, realizzata ripercorrendo i luoghi, spesso dispersi tra boschi e strade dell’appennino, restituisce una voce alle lapidi dai nomi sbiaditi accanto alle quali si passa frettolosi e sta generando un sito con itinerari, indicazioni stradali e foto (iluoghidelricordo.it).

Le voci che riguardano gli eventi che stanno dietro a ogni pietra sono talvolta brevi. Ma non per questo poco significative. Si prenda le poche righe che ricordano l’uccisione, da parte delle Brigate Nere, un altro corpo impegnato nella repressione antipartigiana, di Mustafa Abdalla, uno zingarello di dieci anni che ha avuto la sfortuna di incrociare i militi in via Giulietti, la strada che porta alla stazione di Casteggio. Un targa lo ricorda al cimitero ma niente nella via che Giorgi ha fotografato. Molti sono i luoghi della memoria e gli itinerari lungo i quali si è snodato il destino dei circa 400 caduti per la Libertà. Soprattutto partigiani. Questo lavoro di riepilogo e ricostruzione ha consentito di ottenere alcuni dati statistici riportati alla fine del libro. Si vede per esempio che la maggior parte dei caduti non superavano i 25 anni di età, che il 4.7 per cento erano donne e che nell’aprile del ’45, i giorni della vittoria, ci sono state 45 vittime in Oltrepò, una delle punte massime. E qui possiamo ricordare il comandante Franco Quarleri (Carli), partigiano ucciso nei pressi del passaggio che, dal liceo classico Grattoni, porta al cimitero. Il liceo, ricorda Giorgi, era frequentato da Jacopo Dentici, giovanissima staffetta partigiana finito a Mathausen e lì morto. Se i resistenti si nascondevano nei boschi, si arroccavano nelle montagne, i militi della Sicherheits hanno occupato sedi diventate tristemente celebri, come l’hotel Savoia di Broni o il castello di Cigognola, non distante.

Qui venivano torturati i partigiani e a volte li si gettava nel pozzo dopo averli fucilati nel cortile. Il pozzo non è quello del giardino. Come si specifica nell’itinerario sul sito: “A questo punto occorrerebbe farsi autorizzare ad entrare nel castello attraverso il grande cancello posto sulla piazza del municipio. Nel giardino interno è visibile una grande lapide posta contro il muro dell’edificio (+45°02.020’, +09°14.682’) con i nomi di 6 caduti che qui furono barbaramente torturati e uccisi. I loro corpi furono gettati nel pozzo presente all’interno del castello. È da precisare che il pozzo di cui stiamo parlando non è quello visibile al centro del giardino davanti alla lapide, ma si trova nella parte coperta antistante l’ingresso dell’edificio che sta in fondo al giardino”. Il linguaggio informativo non toglie nulla all’orrore di quanto è avvenuto tra quelle mura erette nell’XI secolo per volontà della nobile famiglia pavese dei Sannazzaro, per dominare la valle Scuropasso.