Dopo un lungo silenzio, di cui mi scuso, riprendo a scrivere su questo blog, sollecitata dalla vicinanza, quasi coincidenza temporale di due eventi che, per loro natura, sembrano invece molto lontani tra loro: la strage di africani annegati al largo delle coste libiche domenica scorsa; e il 70° anniversario della Liberazione sabato prossimo. Non sono solo io ad aver notato la vicinanza tra i due accadimenti; e non sono l’unica a esserne turbata.

Entrambi hanno, infatti, una portata, un significato, un valore che non è quello di semplici episodi. Non sono episodi: sono pietre miliari della nostra storia, marcatori di percorsi, simboli; ma sono anche fatti concreti, durissimi, amarissimi.

I settecento (forse novecento) annegati non sono, per così dire a se stanti: sono l’ultimo anello di una catena con la quale l’Europa ha cominciato a stringere e legare l’Africa a partire, almeno, da tre secoli fa. Rapina delle materie prime e dei raccolti, trasformazione dell’agricoltura, tratta degli schiavi verso l’America, poi industrializzazione e urbanizzazione a uso e vantaggio dei colonizzatori e distruzione dell’assetto sociale e culturale tradizionale. Impiego di reparti africani nei corpi d’armata alleati durante la seconda guerra mondiale. Infine riconoscimento dell’indipendenza politica ai vari paesi africani, accompagnata (e vanificata) dalla costruzione di saldi sistemi di controllo occidentali sulle loro produzioni e sui loro commerci specie verso l’estero. Questo continente devastato è oggi il teatro di guerre che gli africani combattono tra loro, ma spesso per conto terzi. I terzi siamo noi e le poste in gioco sono quelle di sempre: le ricchezze del Continente Nero. Ma la devastazione socioculturale ha fatto crollare il controllo delle reti di relazioni tradizionali e il supporto delle tradizioni morali, senza saperle sostituire con nulla: e le guerre che si combattono oggi in Africa sono totalmente “sregolate”, sono di tale violenza, ferocia, crudeltà da indurre chiunque può a fuggire, a tentare di mettersi in salvo altrove. Fuga collettiva, esodo che si innesta in e riassorbe in sé l’altro esodo, quello attivato già da anni dalla fame.

C’è anche chi sostiene che le cause non sono queste che ho cercato di elencare, bensì un oscuro disegno internazionale di destabilizzazione dell’Europa. Chissà. Ma se mai fosse vero, non cambierebbe molto il mio ragionamento, anzi.

Torniamo al 25 aprile, al 70° anniversario. Sono così vecchia da potermelo ricordare, il primo 25 aprile, quello del 1945, anche se ero una bimbetta. Non ho mai più partecipato a una Festa come quella: né Carnevali, né Capodanni, né Santi patroni. Oggi so bene che non eravamo solamente – tutti – felici: eravamo – tutti – proiettati in avanti, verso il futuro, che forse mai più dopo d’allora è sembrato agli italiani così carico di promesse, così ricco di opportunità.

Sì certo, qualche caimano nascosto sotto il fango c’era fin da subito e non ci volle molto perché cominciasse a entrare in azione. Ma la maggioranza guardava avanti, voleva andare avanti ed era certa che fosse possibile andare avanti, addirittura portando con sé quel coraggio, quella lealtà, quello spirito di gruppo che molti avevano imparato in montagna, dai partigiani.

Credo che senza peccare di retorica, né di senile nostalgia si possa dire che per un certo numero di anni, pur con i limiti e le contraddizioni di ogni storia umana, l’Italia visse quel progetto e ne realizzò parti importanti.

Ma sono passati 70 anni. Come siamo diventati? L’ecatombe dei settecento profughi è un tragico ma efficace banco di prova. Sulla reazione nostra, di Europei, sono due grandi macchie nere. Una è la mancanza di progettualità, l’assenza di un piano per il presente e per il futuro, che si accompagna con la totale eliminazione di riflessione sul passato e di autocritica. Sembra che nessuno abbia le idee chiare su che fare dei flussi di rifugiati nel futuro prossimo e remoto; si propongono enunciati retorici e proposte estemporanee, spesso cervellotiche. Ma peggio ancora è sul versante morale: abbiamo sentito giornalisti e politici non solo italiani auspicare cannoneggiamenti dei barconi, respingimenti e affogamenti di massa. I più moderati tra i fautori dello sterminio lo giustificano in nome dei nostri interessi; i più radicali con ragioni genuinamente razziali. E per fortuna che tra gli italiani, soprattutto tra i soccorritori, qualcuno che ragiona diversamente c’è.

Forse sarebbe bene, almeno per un momento, interrompere giaculatorie e pseudodibattiti sui rifugiati e [pre]occuparci di noi stessi; perché l’Europa, ad onta delle sue orgogliose e miserabili rivendicazioni del ruolo di culla della civiltà, dell’arte, della filosofia, del diritto, della scienza  e di tutto il resto che dovrebbe distinguere l’uomo dalla bestia, si sta rivelando incapace, ipocrita, immorale, feroce. Come siamo cambiati da quel primo 25 aprile ad oggi?