Nonostante gli orrori e le stragi che funestarono la lenta ritirata tedesca lungo la penisola, la vita continuava testardamente in Italia. Infatti meno di un mese dopo, all’alba del 15 aprile 1944, ci fu in Milano un evento gioioso per la nascita di due scatenatissimi gemellini, ovvero io e mio fratello Aurelio. Ma quella stessa data verra’ ricordata per l’assassinio di Giovanni Gentile, l’osannato letterato siciliano che aveva eletto il fascismo a suo credo, e ne fu per anni la guida intellettuale. E per ironia del destino a decretarne involontariamente la condanna a morte fu proprio il suo conterraneo Concetto Marchesi (solo mio omonimo), grande latinista, rettore dell’Ateneo di Padova, che dall’esilio fece un accorato appello, e insieme atto d’accusa, a quell’intellettuale che non voleva saperne di distaccarsi dall’ideologia fascista ormai morente.

Pochi mesi prima, nel suo discorso di commiato agli studenti dell’Università, egli li esortò a resistere: “Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra patria; vi ha gettato tra cumuli di rovine; voi dovete tra quelle rovine portare la luce della fede, l’impeto dell’azione e ricomporre la giovinezza e la patria. Traditi dalla frode, dalla violenza, dall’ignavia, dalla servilità criminosa, voi, insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell’Italia e costituire il popolo italiano (…)”.

Queste parole, che poi fruttarono all’Ateneo la medaglia d’oro al valore della Resistenza, si diffusero presto nel territorio ancora occupato dai tedeschi, entrarono nel cuore di tutti i partigiani e furono la fiamma che sostenne le loro battaglie e i loro immensi sacrifici. Il segnale tanto atteso della riscossa arrivò a Milano con la notizia della liberazione di Roma e dello sbarco degli alleati in Normandia (Francia – 6 giugno 1944). Gli operai entrarono in sciopero, venne creato il Corpo Volontari della Libertà al comando del generale Raffaele Cadorna, rientrato segretamente dall’esilio, e operarono tutti nella clandestinità.

Seguirono lunghi mesi di lotte e atrocità. Agli attentati e alle imboscate dei partigiani fecero immancabilmente contrappunto le ritorsioni e le rappresaglie dei tedeschi, e persino le torture, organizzate ed eseguite dalle famigerate formazioni delle SS, la polizia politica nazista. Piuttosto che rischiare di cadere nelle mani dei torturatori nazisti i partigiani preferirono spesso darsi la morte da soli. È successo anche vicino a casa mia, in via Pier Capponi, dove una lapide ricorda tuttora il sacrificio di Sergio Tavernari, un partigiano che il 20 maggio 1944 preferì buttarsi dalla finestra piuttosto che farsi catturare. Egli aveva una radio clandestina con la quale manteneva i contatti con le forze alleate, e forse fu proprio la presenza nella zona di quel partigiano a salvare l’area dai frequenti bombardamenti che l’aviazione alleata conduceva sopra tutta la città.

L’aviazione tedesca nel 1944 era ormai distrutta, e anche la difesa contraerea a Milano era ormai praticamente inesistente, così quando le sirene laceravano l’aria per annunciare l’arrivo dei bombardieri, l’unica difesa per la popolazione erano le cantine. Le case crollavano come castelli di carte all’esplosione delle pesanti bombe, ma là sotto, nelle cantine appositamente rinforzate all’interno con ampie murature di mattoni a volta, qualcuno riusciva a salvarsi.  Persino la chiesa di Santa Maria delle Grazie, con il celebre dipinto del “Cenacolo” di Leonardo da Vinci, distante poche centinaia di metri da casa mia, venne colpita seriamente dai bombardamenti. Ma anche quando non erano i bombardamenti a tappeto, ogni notte ci pensava “Pippo”, un piccolo aereo bimotore della Mediterranean Allied Air Forces, a punire chiunque lasciasse filtrare una luce nel buio pesto della città. Per questo motivo, al fine di non dover stare tutta la notte al buio, le case avevano le finestre dotate di imposte interne in legno, che venivano chiuse alla sera per non far trasparire la luce all’esterno.

La mia famiglia abitava al terzo e ultimo piano di via Cherubini al 6 (lo stesso indirizzo che diverrà poi tristemente noto per essere il luogo dove verrà assassinato il 17 maggio 1972 il commissario Calabresi). Dalle finestre della mia abitazione, quando il tempo era sereno, potevamo ammirare tutta la catena delle Alpi e delle Prealpi a nord di Milano. Proprio di fronte a casa mia partiva la via Giotto, che raggiungeva piazza Buonarroti, con il monumento e la Casa di Riposo per Musicisti di Giuseppe Verdi, e proseguiva nel viale Monte Rosa. Infatti era proprio il Monte Rosa a stagliarsi in fondo al viale, altissimo e imponente nel suo caratteristico colore rosa delle prime ore del mattino. Una vista veramente spettacolare!

Ma in quei mesi tra la primavera del 1944 e quella del 1945, dalle stesse finestre, guardando solo un po più in basso a destra, nel grande prato incolto delimitato da un muro in mattoni alto circa tre metri che raggiungeva via Mario Pagano, un altro spettacolo molto mesto e tragico appariva di frequente agli occhi dei miei genitori e dei miei fratelli maggiori. Era lo spettacolo dei poveri partigiani che venivano fucilati senza processo dai soldati tedeschi. Il crepitare dei fucili rompeva spesso i consueti rumori della giornata per mettere fine all’esistenza di quei poveri sfortunati eroi che sacrificavano la loro vita alla conquista della libertà per tutti.

Continua

(Festa della Liberazione: per non dimenticare quel mese d’aprile – Parte prima)