L’annuncio dell’indagine della Commissione europea su Google per abuso di posizione dominante è il primo cenno di vita da molto tempo che arriva dagli intorpiditi eurocrati, ormai troppo concentrati sulla Grecia per occuparsi del resto del continente. Questo è il modo positivo di leggere gli eventi, il bicchiere mezzo pieno: la commissaria europea Margrethe Vestager, una danese con la fama di essere inflessibile, vuole capire se il ruolo di Google come principale motore di ricerca del mondo viene usato dall’azienda di Mointain View anche per spingere i propri prodotti impedendo così a concorrenti più piccoli ma magari più innovativi di entrare sul mercato.

Unione EuropeaL’indagine riguarda anche il legame tra Google e il sistema operativo Android per smartphone, di gran lunga il più diffuso e che dovrebbe quindi essere una piattaforma neutra invece che dominato da Google. La commissaria Vestager, come il suo ex collega Mario Monti un decennio fa con Microsoft, sfida l’enorme potere di Google per difendere imprese e consumatori europei ma anche per dimostrare che l’Europa esiste ed è in grado di interloquire con le potenze emergenti, in questo caso del business, da una posizione di forza.

Perché perfino nella crisi dell’eurozona e con un paio di Paesi sulla soglia della porta d’uscita, nessuno può togliere all’Unione europea almeno la facoltà di decidere quali leggi si applicano sul proprio territorio. L’Europa può vacillare, vittima delle sue mille fragilità, può confermarsi a ogni occasione (dalla crisi ucraina alla Grecia) un nano politico, ma resta pur sempre un gigante economico che può discutere da pari con gli Stati Uniti.

Mentre sventoliamo le bandiere blu con le stelle dorate, però, bisogna ricordare anche alcune altre cose. Se Google è così forte è anche perché riesce a pagare poche tasse. La sua sede principale in Europa è a Dublino, in Irlanda, e non certo perché gli irlandesi siano particolarmente portati per le scienze informatiche. L’Europa non solo finge di non vedere l’assurda competizione fiscale che ha al suo interno, ma la approva prima consentendo all’Irlanda di tenere le tasse agevolate per le imprese anche durante il risanamento imposto in cambio di aiuti dopo il crac del suo settore bancario, e poi scegliendo come presidente della Commissione Jean Claude Juncker, ex premier di un paradiso fiscale.

Google è il più forte di una generazione di poteri forti post industriali che l’Europa sta rinunciando a sperare di produrre. Regolarli è l’unica cosa da fare. I provvedimenti Antitrust sono rimasti tra i pochissimi che i governi – e le loro authority – possono ancora usare. Se alla fine vince Google, però, l’impotenza dell’Europa e della politica che la legittima sarà ancora più evidente.

il Fatto Quotidiano, 22 aprile 2015