“La vera Liberazione per me non fu il 25. Fu, a un certo punto, vedere arrivare i carri armati americani, gli Sherman”. Piero Angela, 86 anni, prima di diventare il grande divulgatore che ha spiegato buchi neri e dinosauri a generazioni di italiani (ha all’attivo 37 libri, centinaia di puntate televisive di Quark e Superquark, otto lauree honoris causa e un asteroide che porta il suo nome, il 7197 Pieroangela) aiutava suo papà a salvare ebrei e ricercati. Carlo Angela, classe 1875, li faceva passare per malati di mente e li ricoverava nella Villa Turina Amione, la clinica psichiatrica di San Maurizio Canavese (in provincia di Torino) di cui era direttore. Una storia tenuta segreta per decenni. Fino a che non è stato qualcun altro a raccontarla e nel 2001, il vecchio Angela, medico antifascista e massone scomparso nel 1949, è stato insignito da Israele del riconoscimento di Giusto tra le Nazioni.

Parliamo del 25 aprile.
Il 25 aprile avevo 16 anni, quindi ero quasi pronto per il servizio militare. Abitavamo da sfollati fuori Torino, a San Maurizio Canavese, dove mio padre nascondeva gli ebrei e i ricercati. Mio padre era uno dei capi della resistenza. Vuole sapere un aneddoto curioso rispetto al mio 25 aprile?

Certo.
Ricordo benissimo il 25 aprile. I partigiani occuparono il Paese, in giro era tutto feste, bandiere che sventolavano e abbracci. La sera succede che il posto di blocco dei partigiani, all’ingresso del paese, ferma un camion tedesco. Risulta che è la testa di una corazzata tedesca in ritirata, che vuole fermarsi nel nostro Paese. Chiamano subito mio padre. Qualcuno propone di attaccarla con fiaschi di benzina e incendiarla. Ma sarebbe una strage inutile, secondo lui: era dell’idea che al nemico che fugge è meglio fare ponti d’oro. Così mio padre parla col capo tedesco e questi tedeschi si fermano fino al giorno dopo. Ma la vera Liberazione per me non fu il 25. Fu, a un certo punto, vedere arrivare i carri armati americani, gli Sherman.

Con la Liberazione, il giovane Piero Angela subì il fascino americano, la sua musica. Nell’immediato dopoguerra suonava il piano in una jazz band col nome d’arte di Peter Angela?
Ancora con questa storia! Quando ero studente, con altri studenti, formai un complessino jazz. Suonammo da amatori alla Capannina di Viareggio, era il 1948. Ma non sono mai stato un professionista.

Modestia a parte, con la Liberazione lei scoprì la musica americana.
Non solo la musica. Era un mondo che si apriva, per vent’anni l’Italia era rimasta isolata, non solo dagli Stati Uniti d’America, ma anche dalla Francia, dall’Inghilterra. Improvvisamente tutto era da scoprire. Era come se fosse un altro pianeta.

Quali erano le sue aspettative rispetto alla Liberazione?
Innanzitutto mi aspettavo la fine della guerra. E la fine di un’epoca. Mio padre era un vecchio antifascista, scriveva articoli contro Mussolini già negli anni Venti. Per me la Liberazione era soprattutto cultura della liberazione.

Sapeva bene che suo padre nascondeva ebrei e dissidenti?
Sia io che mia madre sapevamo tutto benissimo, conoscevo la loro identità. Ricordo che erano terrorizzati. Avevano paura di essere identificati, il rischio era molto alto e alcuni andarono via. Altri rimasero e si sono salvati. Ricordo in particolare Renzo Segre, che scrisse poi il diario pubblicato da Sellerio. Un diario rimasto nella sua famiglia e ritrovato dalla figlia solo molti anni dopo. Si intitola Venti mesi e racconta questo periodo giorno per giorno.

Fu grazie alla pubblicazione di Venti mesi che si venne a sapere che Carlo Angela aveva salvato tante persone. Perché la vostra famiglia non l’aveva mai rivelato pubblicamente?
Lui non ha mai voluto esibire queste azioni, che fanno parte dei doveri civici, di una certa etica. Mai nessuno ha pensato a fare una cosa del genere, è venuta fuori per caso. Dopo la pubblicazione di questo libro, dal museo Yad Vashem di Gerusalemme hanno interrogato testimoni e anche me e hanno ricostruito la storia.

Se suo padre fosse qua oggi, cosa penserebbe della Camera che ha cantato Bella Ciao?
Non lo so. Mio padre era del Partito d’Azione, Giustizia e Libertà. Dopo la guerra si candidò a Torino con Norberto Bobbio e altri intellettuali, tra cui Ada, la vedova Gobetti. Non ebbero naturalmente quasi nessun voto perché allora la scelta era tra democristiani e comunisti. Mio padre ha partecipato a una Resistenza dietro le quinte, non col fucile in mano, anche perché era molto anziano. Noi avevamo un appartamento a Torino, che aveva due uscite diverse. Durante il nostro sfollamento era disabitato e c’erano continue riunioni dei comitati di liberazione.

Del ruolo degli italiani nei rastrellamenti e nelle stragi naziste, cosa dice?
Fu un periodo terribile. C’erano state delle atrocità da una parte e dall’altra. Io ricordo che, lì nel paesino, un rappresentante fascista della zona fu ucciso in un attentato da parte dei partigiani. Ci fu una ritorsione tedesca, vennero su per fucilare quattro persone, tra cui mio padre, che riuscì all’ultimo momento a scamparla, perché uno dei pazienti conosceva molto bene il capo della squadra. Gli altri tre furono fucilati proprio davanti alla clinica di mio padre. Quando tornai da scuola, trovai tre cadaveri. C’era una violenza molto forte.

Recentemente il presidente della Repubblica Mattarella ha messo in guardia da “pericolose equiparazioni tra due parti in conflitto”. Che ne pensa?
Ci sono due aspetti molto diversi: quello umano e quello politico. Io ho visto anche della gente che l’aveva fatto per slanci ideali, però era la parte sbagliata, politicamente non si può equiparare una cosa con l’altra. E’ sempre difficile, è la storia che decide chi aveva torto e chi ragione. Però tra dittatura e democrazia il conto è presto fatto.