Band rivelazione all’ultimo Festival di Sanremo col brano Elisa, il loro nome è KuTso ma si pronuncia all’inglese, cazzo. Del resto, il linguaggio svolge un ruolo determinante nell’economia del gruppo. Carlo Conti, però, gliel’ha cambiato in cuzzo: “In prima serata su Rai1, abbiamo dovuto trovare un compromesso – racconta Matteo Gabbianelli, il frontman della band –. Per noi non era così grave, Conti, poi, c’ha scherzato così tanto su che alla fine s’è capito che la vera pronuncia è quella della parolaccia…”. Le loro canzoni sono molto brevi, arrivano dritte al sodo senza fronzoli né orpelli: “Ci piace questa struttura anni 60 semplice e diretta, in questo modo è possibile eliminare la retorica che attanaglia la musica italiana alternativa e non”.

I KuTso propongono un genere che è un cocktail funk, rock ed entertainment, a loro dire è un miscuglio tra Michael Jackson, Totò, i Beatles, Giorgio Gaber, i Nirvana, Lucio Battisti, Nietzsche e Pasolini: “Sono i nostri riferimenti da cui nascono le nostre canzoni. È la base della nostra musica. E non è episodica. Quando dico Giorgio Gaber mi riferisco al suo cinismo e alla sua lucidità e obiettività. Di Rino Gaetano invece riprendiamo il piacere della canzone allegra, ma riflettuta, che veicola contenuti anche alti. Da Lucio Battisti, quella sensibilità e quella musicalità che era insita in lui. Nietzsche è una lettura sui cui baso il mio pensiero, su cui ho elaborato quello in cui credo e che sto scoprendo giorno per giorno. Totò è la teatralità, ma anche il coraggio di essere ridicoli per giocare tutti insieme. Pasolini invece è la provocazione, l’essere sovversivi, per arrivare a una conoscenza più profonda. I Beatles rappresentano il piacere per la canzone e per la scoperta di nuovi accordi in maniera che tutto giri bene. C’è tutto questo nel nostro essere”.

Musica per persone sensibili è il nuovo album, il cui titolo è stato scelto per un motivo legato all’attività svolta ancora prima di andare al Festival: “Nel mondo indie ci siamo da un po’ e siccome abbiamo un linguaggio diverso da tutti, che non strizza l’occhio al mondo indipendente, spesso veniamo fraintesi e considerati gruppo demenziale. Quando ci è andata bene c’hanno accostato agli Elio e le Storie Tese. Il titolo è un invito ad ascoltare le nostre canzoni su un altro livello, andando oltre il divertimento e il piacere. Ci si accorge così che nei nostri brani c’è un’urgenza espressiva: spesso sono elucubrazioni esistenziali, altre volte scherzi provocatori. Ci lamentiamo molto nei nostri dischi, è vero, ma lo facciamo con una musica solare, piena di vitalità ed eclettismo”.

Matteo, da cosa deriva il nome KuTso?
Era il modo che avevo per scrivere le parolacce sui banchi ai tempi del liceo. Nel tempo ho continuato a utilizzare questa parola, si scrive Kutso ma si pronuncia all’inglese, dove la U si pronuncia A… ecco lì il camuffamento lessicale. Nel tempo mi ci sono immedesimato, l’ho utilizzato persino come un tag, anzi io stesso per molto tempo dicevo kutso con la u per dire la parolaccia. Sapevamo, quando l’abbiamo scelto come nome della nostra band, che sarebbe stata una parola con un carattere provocatorio. Ci piaceva con questo gesto portarci su un livello di maggiore sincerità con i nostri interlocutori.

Spesso funziona di più chi dice cose serie ma in maniera scherzosa.
Per quanto ci riguarda, l’effetto divertente a volte esilarante nasce proprio dal contrasto fra i testi e la musica, Elisa il brano che abbiamo presentato al grande pubblico ha uno scherzo più comprensibile, ma se le nostre canzoni venissero soltanto lette senza ascoltare la musica ci si accorge che sono assolutamente mortifere, definitive, disfattiste, negative, crepuscolari, cioè quant’altro di più buio si possa scrivere. Questo sono i nostri testi. Perché anche noi preferiamo il cliché del musicista romantico che scrive perché sta male. Però mitighiamo questa indole con la musica, esorcizziamo il male che ci portiamo dentro con questa musica che poi non si sa bene in che direzione vada. Sicuramente la prima sensazione che vogliamo instillare nel prossimo è piacere, è benessere, è gioia disperata.

A Sanremo siete arrivati secondi dietro Il Volo: come avete vissuto il Festival?
L’abbiamo vissuto in maniera molto tranquilla. Anche se si dormiva poco, perché lì c’è un lavoro enorme: dalle 8 del mattino fino alle 8 della sera eravamo in giro per le interviste. L’unica cosa che mi preoccupava era la reazione del mio corpo, sul palco, dopo tutte quelle ore di chiacchiere. Non avevamo il minimo di soggezione per quel palco, per fortuna nella nostra carriera abbiamo fatto cose anche più emozionanti, come suonare davanti a 700 mila persone in piazza San Giovanni al Primo Maggio. Siamo arrivati al festival con una carica, un misto di spavalderia e arroganza, e forse di ingenuità, che ci dava tranquillità. Mi sono molto stupito nel vedere alcuni big dietro le quinte esser molto più tesi di noi. Siamo arrivati lì come degli extraterrestri.

Com’è stato salire sul palco dell’Ariston?
E’ stato tutto molto naturale per noi che abbiamo un carattere teatrale tendente al narcisismo. Veniamo dal punk, dal grunge, non abbiamo mai avuto Sanremo come punto d’arrivo né provavamo una fascinazione mitologica. Siamo andati lì per pubblicizzare il nostro progetto, poi, è chiaro, finito il festival ti dici ‘cavolo sono stato su un palco che ha quasi 70 anni dove sono saliti tutti i più grandi artisti anche internazionali’. Però ci pensi dopo. Quando sei lì, sei concentrato sul tuo lavoro.

Tra i vostri concorrenti c’era qualche artista che voi ammirate e per il quale avete esclamato: “Wow! Ci troviamo a gareggiare con lui/lei”?
In realtà il nostro ‘eroe’ lo conoscevamo bene, ed è Alex Britti, che tra l’altro ha coprodotto il nostro disco. Con lui personalmente ho un rapporto trentennale, lo conosco da quando sono nato, le nostre famiglie si conoscono e si frequentano, dunque c’era poca soggezione. È stato lui a portarci lì, e ritrovarsi dopo tutti questi anni sullo stesso palco, questo sì, ha avuto un forte valore emotivo.

Il vostro stile come lo definireste?
Il nostro genere si chiama ‘quello che ci pare’, questo è il nome del nostro stile. La base è una musica rock, però non esclude nulla, c’è un po’ di tutto. La cosa su cui lavoriamo molto è l’elaborazione armonica della canzone, nel senso che le canzoni nascono tutte chitarra e voce e poi la cosa su cui lavoriamo di più è la sequenza di accordi per avere sempre quella sensazione di ariosità maggiore. E poi, quanto più la musica è solare, tanto più il testo è buio. Non saprei come definirla la nostra musica, davvero, noi diciamo sempre che ‘facciamo quello che ci pare’.

Siete in un perpetuo tour, come Bob Dylan con il Never Ending Tour.
Sì, perché il tour è nato con il gruppo, e anche Sanremo l’abbiamo vissuto come una tappa del Perpetuo Tour. Sono sei/sette anni che non ci fermiamo. Ci spostiamo con il ducato bianco dei Kutso. Per assurdo nel furgone la musica non è molto presente, durante i nostri spostamenti parliamo, leggiamo molto, osserviamo i paesaggi.