Con la decima puntata si è conclusa ieri sera su Sky Atlantic “1992”. Ai titoli di testa partecipa La7 e quindi (forse, chissà) la serie verrà ritrasmessa fra qualche mese su una rete generalista e in chiaro anziché sulla pay tv. Occasione adatta a intavolarci qualche dibattito perché, alla fine dei conti, quegli eventi sono lo snodo per capire da dove venivamo, dove siamo finiti e dove stiamo andando a parare.

Roba attuale, tant’è vero che “1992” ci è parso tenere deliberatamente il passo di una docufiction, piuttosto che di una fiction tout court. Elementi romanzati ce ne sono, e qualche caratterizzazione è stata subito presa di mira su twitter. Ma l’affresco finisce sempre, almeno ai nostri occhi, col prevalere sul plot, l’analisi delle motivazioni dei personaggi è costantemente più rilevante delle loro azioni.

Una considerazione, questa, che vale per tutti i personaggi, tranne che per quello di “Di Pietro”, l’unica figura alla fin fine oleografica, di magistrato integerrimo, burbero e giusto, limpido e astuto, espressivo e illetterato (interpretato peraltro alla grande, tant’è che se fossimo la produzione ci precipiteremmo a riciclare attore e character, adeguatamente ribattezzato, in una serie crime che emuli i vari CSI e NCSI et)

Gli altri numerosi personaggi sono tutti ambigui e, non fosse che per questo, assai più “reali”: dal Dell’Utri, efficacissimo agente di non si sa bene chi, al democristiano esperto di mani in pasta (altro che pulite), ma in fondo schietto, dall’industriale che (“per salvare l’occupazione”) ha venduto bilancio e anima al diavolo, cioè alla mafia, alla figlia del suddetto, sciroccata, ma non sciocca, fino al personaggio forse meglio riuscito: il leghista per caso, che insegue verità e amori semplici, prototipo dell’italiano che vuole agire e finisce agito. Ah, dimenticavamo, c’è anche il dr. Notte (Stefano Accorsi), l’alter ego iper colto del “Berlusconi”, dotato di armadio con immancabile scheletro, che si tiene su di morale con qualche sniffata e con dosi massicce di nichilismo consolatorio. La sua specialità e usare “quel che c’è e come siamo” piuttosto che farsene un problema. Quindi vende sogni.

Tutti questi personaggi paiono condannati alla coazione a ripetersi, e così la tesi della fiction (perché anche le fiction hanno bisogno di una tesi a cui appendere il senso del tutto) è che Mani Pulite sia stata non una svolta, ma un sussulto nel sonno, come quelli che ti spingono a cambiare fianco per meglio continuare a sognare. E qui ci fermiamo, perché se proseguissimo dovremmo passare dalla tv all’attualità e dovremmo cercare di capire se tuttora siamo in quel sogno o se ne stiamo uscendo. Che non sono, ci avvertono, affari di “sciò business”.