Si chiama “Till Death Do Us Part”, “finché morti non ci separi”, è la serie di articoli sulle donne vittime di violenza domestica che ha fatto vincere al “Post and Courier” di Charleston, South Carolina, il premio Pulitzer più importante, quello attribuito per il “pubblico servizio”. E’ la prima volta negli ultimi anni che il premio va a un giornale locale, con una redazione relativamente piccola – circa 80 persone – e una distribuzione giornaliera di circa 85mila copie. L’anno scorso lo stesso premio era andato agli articoli del “Guardian” e del “Washington Post” sulla National Security Agency e le rivelazioni di Edward Snowden. Il riconoscimento segnala il trend forse più evidente nei premi di quest’anno: quello di essere particolarmente attenti a temi e problemi di società e vita americana.

Secondo la giuria del massimo premio giornalistico al mondo, amministrato da Columbia University, gli articoli del “Post and Courier” “hanno chiarito perché il South Carolina è tra gli Stati con il più alto tasso di mortalità tra le donne e affrontato la questione di cosa è possibile fare”. La serie rivela i fallimenti delle autorità giudiziarie e di polizia del South Carolina nel bloccare l’esplosione di femminicidi. Più di trecento donne sono state strangolate, accoltellate, colpite con armi da fuoco, bruciate negli ultimi dieci anni in South Carolina; si tratta di una donna uccisa tra le pareti domestiche ogni dodici giorni, con le autorità dello Stato che hanno fatto pochissimo per porvi rimedio.

E’ però il “New York Times” quest’anno l’organizzazione giornalistica più premiata, con ben tre Pulitzer. Il “Times” vince per il giornalismo investigativo, che va ai pezzi di Eric Lipton sugli sforzi di lobbisti e avvocati perché i procuratori di stato abbandonino indagini, cambino regolamentazioni statali, negozino favori per i loro clienti, in un uso spesso aggressivo e decisamente privato della giustizia. Il “Times” divide questo riconoscimento con il “Wall Street Journal” – che da anni non vinceva un Pulitzer – premiato per la serie di articoli sulla circolazione non autorizzata di dati sanitari degli americani.

Gli altri due premi del “Times” vanno al fotografo Daniel Berehulak per i ritratti sulle vittime di Ebola in Africa; e all’intero staff internazionale del giornale ancora per la copertura di Ebola: in particolare, “per il modo coraggioso e tutto di prima linea di raccontare storie vivide di umanità su Ebola in Africa”. Nell’altro premio di fotografia, quello legato alle news, torna l’evento interno americano più importante del 2014: lo scoppio delle proteste legate alla violenza razziale. All’intero staff fotografico del St Louis Post-Dispatch è andato il riconoscimento per aver catturato “immagini potenti di disperazione e rabbia” a Ferguson, Missouri, dopo l’uccisione del 18enne afro-americano Michael Brown da parte di un poliziotto bianco.

Altre questioni interne segnalate dal Pulitzer sono quelle investigate da Carol Leonnig – cui è andato il premio per il “national reporting” – che sul “Washington Post” ha raccontato errori, lacune, manchevolezze dei servizi americani nel proteggere il presidente degli Stati Uniti; il “Seattle Times” viene invece insignito nella categoria delle “breaking news” per la copertura della frana di Oso, nello Stato di Washington, con 43 morti che – hanno mostrato i pezzi del “Seattle Times” – potevano essere evitate. Com’è tradizione il Pulitzer, assegnato annualmente dal 1917, assegna premi anche per le arti. Ad “All the Light We Cannot See” di Anthony Doerr, epica sull’occupazione nazista della Francia durante la Seconda guerra mondiale, va il premio come miglior romanzo; quello per la poesia a Gregory Pardlo per “Digest” e Stephen Adly Guirgis ottiene il riconoscimento per il teatro con “Between Riverside and Crazy”.

(immagine tratta dal sito di Post and Courier)