Dovremmo essere ormai consapevoli del fatto che, di questi tempi, poco dovrebbe stupirci: la qualità del dibattito politico in Italia, da qualche anno a questa parte, non è mai stata eccelsa, e l’immobilismo dell’Europa (in quanto Unione) e del governo Renzi – che stride con la schizofrenia nella risoluzione di questioni di politica interna ed equilibri elettorali – di fronte a grandi temi di politica internazionale come l’emergenza migranti dimostra che, in linea di massima, quasi nessuno sappia che pesci pigliare.

È paradossale ed indegno: ci troviamo nella situazione di aver bisogno di tragedie e morti per riprendere la discussione su problemi con i quali abbiamo a che fare ogni giorno e che, molto più della legge elettorale e della riforma del Senato, dovrebbero essere al centro di un confronto diffuso, inclusivo e costruttivo. Mentre scriviamo e parliamo e urliamo in televisione, altre persone si imbarcano per attraversare il Mediterraneo e approdare sulle nostre coste.

Il flusso di migranti salpati dalla Libia, nell’ultima settimana, è arrivato a toccare la cifra di 11.000 unità, quasi la metà di coloro che sono riusciti ad arrivare in Italia dall’inizio dell’anno. Numeri impressionanti ai quali non si sa come rispondere e reagire, mentre va in scena il doppio bestiario quotidiano.

I dati del Ministero dell’Interno dimostrano che i numeri sono in crescita esponenziale: la quantità di migranti sbarcata sulle coste italiane nel 2014 è aumentata di più del 250% rispetto al 2013, e i numeri sul 2015 oscillano tra i 23.000 e 26.000 arrivi (e siamo solo ad aprile). La tragedia avvenuta nella notte tra sabato e domenica potrebbe diventare la più pesante, in termini di perdite, mai avvenuta nel Mediterraneo. Vi hanno perso la vita tra le 700 e 900 persone, compresi 40-50 bambini e circa 200 donne, come riferisce uno dei pochi superstiti scampati al naufragio.

Ogni giorno chi scappa dalla guerra e dalla povertà prova a raggiungere ‘l’America’ in condizioni disumane, trattato al pari di un animale in gabbia, mentre il Vecchio Continente parla. E, nella maggior parte dei casi, lo fa in un modo becero e cinico, sfruttando le tragedie per fini elettorali, senza mai affrontare i problemi analiticamente e approfonditamente, proponendo soluzioni percorribili con la serietà che la situazione non solo richiederebbe, ma esige. Il bestiario di ogni giorno dell’opinionismo individualista e calcolatore va così in scena sulle pagine di alcuni giornali, sulle tastiere dei computer e negli schermi delle nostre tv. Chi dovrebbe aiutare i migranti, se grandi fasce della popolazione e rappresentanti non manifestano la minima volontà politica di muoversi in tale direzione?

È così che si sentono quelle frasi crude e meschine, quei ‘pochi sono!’, quelle soluzioni campate in aria (blocchi navali e affondamento dei barconi) nell’ignoranza dei più basilari principi del diritto internazionale, dei diritti umani e delle condizioni geopolitiche in cui tali interventi dovrebbero avvenire.

Come si può fermare un fenomeno che per secoli e secoli ha fatto parte della storia dell’umanità? Il momento di un’assunzione di responsabilità collettiva, a livello europeo, è arrivato già da un po’. Quanti altri morti serviranno per fare in modo che, finalmente, si faccia qualcosa?