C’è una pallottola che sembra compiere una traiettoria decennale, seminare morte tra fascisti e comunisti senza distinguere la storia con la s maiuscola. C’è una preparazione allo sparo lunga almeno due secoli. E un’eco, l’eco di quello sparo, che non sembra essersi mai quietata. La sorpresa editoriale che arriva a ridosso delle celebrazioni dei 70 anni della Liberazione in Italia, con quella memoria storica eternamente divisa a fare da sfondo, è stata scritta da Massimo Zamboni. Con il romanzo L’eco di uno sparo (Einaudi) l’ex componente delle band musicali dei Cccp e Csi porta alla luce l’omicidio di suo nonno Ulisse, squadrista fascista ucciso dai Gruppi di Azione Patriottica nel febbraio del 1944 e poi quello del gappista Rino Soragni (Muso) freddato nel marzo del 1961 dall’amico e compagno gappista Alfredo Casoli (Robinson): Robinson e Muso risultano essere i killer di Ulisse.

eco di uno sparo“Nella mia famiglia la storia di mio nonno è stata rimossa per decenni e tenuta sotto anonimato con grande imbarazzo – racconta Zamboni a ilfattoquotidiano.it – Chi stava dalla parte sbagliata non ha mai voluto rileggere le sue ragioni, anche solo per ammettere di aver commesso errori. Io ho solo compiuto un atto d’amore verso una figura familiare che non conoscevo”. Attenzione, però, perché la vicenda intima non parifica nessuna colpa storica, anzi ne prova a mostrare le trame di potere soggiacenti e il legame sotterraneo che lega ogni uomo alla sua terra, in una sorta di ballata che ripercorre all’indietro di generazioni in generazioni le storie popolari della Bassa Reggiana, compresa la vicenda della famiglia Cervi, da metà dell’Ottocento fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, tra macelli, pesanti biciclette e l’incombere della guerra civile: “Il proiettile va a stanare persone identiche tra loro – continua lo scrittore – Tutti e tre i protagonisti di questa storia riposano ora nel cimitero monumentale di Reggio Emilia. L’eco di quello sparo ha una lunghissima preparazione di secoli, anche quando ero ragazzo negli anni Ottanta si continuava a sentire, e si è sentito anche a Genova al G8 del 2001. In Italia la democrazia non si è mai compiuta e la conciliazione non ci sarà mai. Siamo stati esautorati dal nostro ruolo di cittadini e non abbiamo nessuna voce in capitolo su quello che ci succede attorno perché, paradossalmente, non c’è nemmeno il capitolo in cui metter voce”.

Un lavoro d’archivio durato quasi sette anni, per una prosa densa che si confronta con la retorica ideologica e la pragmaticità della vita: “Tra gli altri oltre a Pavese e Revelli ho letto e citato anche alcune frasi provenienti dai libri di Pansa e Pisanò sul triangolo della morte reggiano. Ho dovuto farlo perché raccolgono testimonianze che servivano. Ma non li apprezzo di certo, anzi li detesto. Il loro scrivere ha un’insania di fondo che mi offende. Ripeto, non lo dico per difendere i partiti di sinistra, ma certe persone non hanno mai ammesso colpe e continuano a giustificarsi dietro al fatto che erano giovani e pieni di ideali. Ideali sbagliati, aggiungo io”.

Perché secondo Zamboni, oramai da vent’anni ritiratosi con la sua famiglia a coltivare il proprio podere nei boschi reggiani (“tutto quello che possiamo produrre da soli ce lo produciamo, anche il sapone”), le divisioni tra gli uomini in fondo sono state “fomentate dalle ideologie”: “Guardate quel poliziotto che ha appena detto che ritornerebbe dentro alle Diaz a rifare quello che ha fatto. Ecco l’assunzione di dovere di persone che non contano niente non riesco proprio a capirla. Lui non è quel potere che difende a tutti i costi, lui né è schiavo, è una formica nelle mani di altri. La storia di mio nonno Ulisse è proprio questa. Se solo avesse letto le note del partito fascista che lo descrivevano come un povero mentecatto, lui che avrebbe dato la vita per il paese dove abitava, lui che ha nascosto disertori in fuga, si sarebbe salvato”.