Per la prima volta la cronaca di uno sciopero della metropolitana, quella di Roma della scorsa settimana, ci racconta della rivolta dei passeggeri che si rifiutano di scendere dai vagoni allo scoccare dell’inizio dello sciopero. Non solo, ma chiedono al macchinista di completare la sua corsa visto che sono stati costretti ad abbandonare il convoglio.

Normalmente, durante gli scioperi, i treni se partono, questo vale anche per i servizi ferroviari nazionali, terminano la loro corsa in una fascia cosiddetta di “cuscinetto” (20- 30 minuti a seconda dei tempi di percorrenza della linea). Le stazioni chiudono i cancelli con il passare dell’ultimo treno programmato. In pratica, se il treno parte, deve arrivare, se no non parte. Così i passeggeri disperati mettono in fuga il macchinista che non voleva ultimare la sua corsa. Vedremo (forse) Garante degli scioperi, Comune ed Atac come spiegheranno l’accaduto.

Ma cosa ha spinto questo lavoratore a rischiare le botte per esercitare in modo cosi estremo il suo diritto di sciopero? Quali erano le motivazioni che hanno spinto 82 lavoratori (su 560) a mettersi in sciopero fino a provocare simili disagi? Era minacciato il loro posto di lavoro? Era minacciata una parte consistente del salario? Aveva subito un torto normativo (non concessione dei congedi parentali l.104)? Aveva subito un trasferimento del luogo di lavoro senza preavviso? Gli è stata tolta la pensione integrativa o l’integrazione alle spese mediche? La categoria dei tranvieri sta per diventare licenziabile dopo il superamento dell’articolo 18? Sono stati ridotti i 28 giorni di ferie l’anno o l’orario settimanale di 39 ore è stato portato a 40? Sono stati disdettati tutti i contratti integrativi aziendali per ridurre i costi di gestione? Pare niente di tutto questo.

Di vero c’è un contratto nazionale di lavoro scaduto da sei anni perché non ci sono le risorse pubbliche per rinnovarlo. Anzi negli ultimi anni vi sono stati tagli di servizi in tutta Italia, anche dei servizi minimi, ma nessun taglio di salario. Viene da chiedersi: se avesse in mano un treno un esodato cosa sarebbe giustificato a fare? E un operaio della cooperativa che scopre dopo anni lavoro che nessuno gli ha mai versato i contributi ed i proprietari sono scappati all’estero, cosa ci farebbe alla guida di una metropolitana, una strage? Ed un giovane quarantenne di fronte al rifiuto all’ennesimo colloquio, dove va a protestare? Il manovale edile costretto a lavorare senza alcuna sicurezza dalla mattina alla sera in per pochi soldi in nero in un cantiere abusivo, fino a dove si può spingere nella sua protesta? Diciamoci la verità si sente più protestare chi ha ottime tutele e contratti piuttosto di chi ne ha meno. Molto meno. Al di la dei disagi provocati ai passeggeri dallo sciopero del “sul” la cosa che preoccupa maggiormente è che chi è in condizioni “vere” di disagio sociale non ha una rappresentanza e neppure un modo per protestare. Può farlo il disoccupato con i suoi incolpevoli genitori, se è “fortunato” che possono mantenerlo. Può farlo al bar con gli amici il precario, che si vede surclassato dai soliti “raccomandati”. Ma nessuno di tutti questi penserebbe mai di rivalersi per le sue pessime condizioni sociali su ignari passeggeri (pendolari, anziani) che stanno utilizzando un servizio pubblico. Altro particolare.

Le lotte più “dure” e gli scioperi più truculenti arrivano dai settori dei servizi che operano, spesso in grandi aziende, sull’orlo del tracollo finanziario. Garantite da enormi sussidi pubblici con manager politicizzati (inadeguati e superpagati) e protette dal monopolio. Adesso il neo ministro dei trasporti Graziano Delrio vuol far diventare sempre più grosse le aziende di trasporto con incentivi fiscali. Quindi ancor più  baracconi incontrollabili e costosi. Dovrebbero spiegargli che in questo settore non ci sono economie di scala ma diseconomie di scala e che prima di far diventare più grandi le aziende va avviata una fase di liberalizzare. E’ la nostra realtà. Questa è l’amara lezione della brutta china politico-corporativa che sta prendendo il nostro Paese che ha smarrito la solidarietà nella lotta senza quartiere tra “vecchi ricchi” e “nuovi poveri”.