Ne ho conosciuti tanti che hanno attraversato il mare per arrivare in Europa, e me li rivedo davanti. Le storie che mi hanno raccontato, la morte guardata in faccia. Tu e l’abisso, da affrontare per poter fuggire da un luogo dove non si può vivere. Perché l’Europa non ti dà altra possibilità, non ti offre alcun ‘corridoio’ di salvezza in quella cimiteriale distesa del mare nostro.

Ogni volta accade una tragedia, e stavolta è la più mostruosa. Ma ho esaurito il mio serbatoio di parole, le ho usate tutte. Ho già detto e scritto in passato che il nostro è negazionismo di un vero e proprio sterminio, ho già detto e scritto, dopo altre stragi, che nulla sarebbe cambiato, dopo le parole formali di indignazione. Tutto continua come sempre, una macina senza requie, questo ho pensato ieri, che poi sì, certo, restano solo i requiem da sussurrare a mezza bocca, tra un pensiero distratto e un altro, e quel che ci resta – questo solo riuscivo a pensare – è un sommesso pensiero enunciato e impotente come questo, fàtico eppure necessario, perché non dire, anche una volta esaurite le parole, sarebbe comunque, sempre, complice di questo infinito massacro, di questo scientifico sterminio.

Poi ci si riprende, e pur sapendo che non c’è nulla di nuovo da dire, occorre dirlo. Dire che addossare la colpa agli scafisti, come fa anche il governo, è l’ennesimo scaricarsi della coscienza sui dispositivi terminali di un ingranaggio criminale, che comincia all’altezza della Fortezza Europa e della legge Bossi-Fini. E dire, soprattutto, che bisogna smettere di indignarsi, se l’indignazione finisce subito, e al post della domenica di pianto seguono tutt’altri post e ci si dimentica di tutto fino alla prossima ecatombe. Se vogliamo essere all’altezza del nostro lutto, dobbiamo fare, tutti quanti, un passo avanti, e porre, ora, davanti alle prefetture, con tweetstorm, con mille altri modi, insomma con ogni mezzo necessario, la questione dei ‘corridoi umanitari’, l’unica soluzione possibile. Ovvero, aprire ambasciate e consolati europei ai profughi e ai richiedenti asilo, dando loro la possibilità di arrivare legalmente in Europa. Fuori di questo, c’è una responsabilità etica abissale, che non ci è più possibile schivare.