Immaginate che l’editore di una testata giornalistica vi proponga il patto seguente: tu mi paghi 60 euro l’anno per accedere integralmente ai miei contenuti e io in cambio ti do un prodotto giornalistico di qualità caricato su una piattaforma online priva di inserzioni pubblicitarie, e quindi libera da condizionamenti di finanziatori importanti e da spamming di qualsiasi tipo. Un progetto in cui voi non sarete soltanto lettori ma membri di un movimento, una community tenuta insieme da una visione ben precisa di ciò che l’informazione deve essere e deve fare.

Se vi state chiedendo se esista un editore così, la risposta è sì. E’ olandese, si chiama Ernst-Jan Pfauth, ha 28 anni, è publisher del DeCorrispondent e in questi giorni è a Perugia, ospite della nona edizione del Festival internazionale del giornalismo. “Al termine dell’abbonamento raccontiamo nel dettaglio ai nostri lettori come abbiamo speso i loro soldi” ha detto Pfauth in un panel dedicato ai nuovi modelli di business per il giornalismo “e il tasso di conferma della sottoscrizione è del 90%. Siamo partiti con un manifesto per promuovere la partenza del giornale attraverso il crowdfunding” ha poi spiegato “e in otto giorni abbiamo raggiunto l’obiettivo”.

Al tavolo dei relatori dello stesso panel c’era un altro olandese, stessa età di Pfauth: il suo nome è Alexander Klopping ed è founder della piattaforma Blendle, che propone agli internauti l’acquisto di singoli articoli tratti da tutte le testate olandesi col metodo dei micropagamenti (ogni pezzo costa infatti all’utente circa 10-15 centesimi) e la formula ‘soddisfatti o rimborsati‘, per cui se l’articolo non è piaciuto i soldi vengono restituiti. “Funzionano soprattutto articoli lunghi, di giornalismo investigativo” ha raccontato Klopping. Ora a interessarsi all’affiliazione a Blendle ci sono anche testate del calibro di Economist, Wall Street Journal, New York Times. Ed è allo studio il lancio della versione statunitense della piattaforma.

Dunque paywall di giornalismo purista da un lato (DeCorrispondent) e dall’altro piattaforme basate sulla vendita di singoli contenuti (Blendle): si tratta di modelli mutuabili nel nostro Paese o di utopie attraenti solamente per il pubblico del nord Europa? Quale che sia la risposta, la sostenibilità economica delle testate giornalistiche online è un tema sul tavolo dei consigli di amministrazione delle media company di ogni parte del mondo.

Secondo Andrea Rangone del Politecnico di Milano l’innovazione per la grande editoria può passare, in via simultanea o alternativa, attraverso due strade: la prima è il potenziamento dell’attuale core business, ovvero la produzione e pubblicazione di contenuti giornalistici; la seconda è una ‘diversificazione’ del business che preveda lo sfruttamento dei propri asset strategici per entrare in altri mercati dell’economia digitale, come ad esempio l’e-commerce. Altri invece provano a dare risposte partendo dal piano esclusivo della fruizione del prodotto giornalistico.

Raju Narisetti, senior vice presidente di News Corp, ha sottolineato le potenzialità della membership: un’iscrizione che dà ai lettori la possibilità di prendere parte a eventi speciali della testata e che li fidelizza al brand. Mathew Ingram, reduce dal naufragio della piattaforma giornalistica Gigaom, ha invece messo in guardia sulla necessità di individuare sin dall’inizio i parametri analitici giusti per monitorare e condurre lo sviluppo del proprio progetto, perché un giornale on-line ‘diventa ciò che misura’. Obiettivi e metriche devono dunque essere chiari e strettamente collegati: le aspettative sui ricavi finanziari e sul numero dei lettori possono non coincidere e richiedono parametri diversi.

Sull’importanza dell’analisi delle metriche e sulla più generale necessità di dotarsi di un ampio set di strumenti multimediali per creare il nuovo prodotto giornalistico si è infine soffermato Aaron Pilhofer, della redazione online del Guardian, in un keynote speech incentrato interamente sul digitale. “Voglio usare tutti i ‘colori’ a mia disposizione” ha detto Pilhofer “e voglio avere un open mind che mi consenta sia di creare una narrazione unica tra notizia, grafica, interattività e testo, sia di andare oltre lo schema classico dell’articolo a piramide capovolta”. Il giornalista statunitense ha poi esposto quanto sia massiccio, metodico, ricercato l’utilizzo che la sua testata sta facendo di cartine, data journalism, storie, animazioni, piattaforme di monitoraggio del traffico come Ophan, vere e proprie web serie come Watch me date, campagne ambientali come Keep in it to the ground, al solo e unico scopo di presentare ai propri lettori un prodotto finale realmente innovativo ed accattivante.

Con tutto questo, e pur vantando il mastodontico dato di 120 milioni di visitatori unici al mese, il Guardian ad oggi non è però in attivo: rifiuta ogni ipotesi di paywall, mette gratuitamente a disposizione la propria versione online e ha chiuso il 2014 con venti milioni di sterline di perdita. Dunque il tema della sostenibilità resta aperto più che mai: “sapremo come è andata tra cinque anni” ha chiosato Pilhofer. A scrivere il finale saranno, giorno per giorno, gli abitanti della rete.