Rilasciate su cauzione le cinque femministe arrestate nei giorni immediatamente precedenti all’8 marzo scorso perché volevano distribuire nei mezzi pubblici adesivi e volantini contro la violenza sessuale. In questo mese richieste per il loro rilascio si sono alzate da tutte le parti. Persino la candidata alla presidenza Usa Hillary Clinton lo aveva chiesto in un tweet, definendo la loro detenzione “ingiustificabile”. Ma la portavoce del ministro degli esteri, Hua Chunying, aveva risposto con durezza: “Speriamo che i personaggi pubblici di altri paesi possano rispettare la sovranità e l’indipendenza giudiziaria cinese”. Comunque oggi, dopo oltre trenta giorni, sono state liberate. Uno dei loro avvocati ha dichiarato che le cinque rimarranno sotto osservazione per un anno. La polizia si riserva il diritto a ulteriori interrogatori, quindi non potranno viaggiare senza prima avvertire le autorità. Le ragazze hanno tra i 25 e i 33 anni.

Wei Tingting, Li Tingting, Wang Man, Zheng Churan e Wu Rongrong non erano nuove ad azioni dal basso mirate a sensibilizzare l’opinione pubblica sui diritti delle donne. Si erano fatte un nome soprattutto nelle università con una militanza particolare fatta flash mob artistici. “In Cina lo spazio per l’attivismo è molto ridotto – aveva spiegato in un’intervista la stessa Li Tingting  – se dobbiamo fare un’azione pubblica, facciamo in modo che sembri una performance artistica. L’aspetto dev’essere gentile, ma il contenuto potente”. Ad esempio si erano rasate per protestare contro la discriminazione di genere attuata dall’Università di Guangzhou che chiedeva alle ragazze un punteggio più alto al test di ammissione rispetto a quello richiesto ai colleghi del sesso opposto. La protesta si era presto diffusa nel resto del paese e Associazioni femministe governative avevano finalmente scritto al Ministero dell’educazione compilando un reclamo formale sulla discriminazione di genere. E ancora erano tornate sulle cronache locali per la campagna “Occupy Men’s Toilet”. Volevano più bagni pubblici per le donne, ne avevano bisogno perché era un dato di fatto che passavano più tempo in bagno degli uomini.

Ma sicuramente la campagna più forte era stata quella per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violenza domestica. Avevano attraversato Pechino in abiti da sposa macchiati di sangue e per la stessa motivazione avevano coinvolto le giovani cinesi in una campagna sui social media. Il loro corpo nudo sarebbe servito da lavagna per esprimere concetti come: “L’amore non è una scusa per la violenza”. Così avevano raccolto diecimila firme per spingere il governo a emanare una legge contro la violenza domestica. Oggi, a più di due anni di distanza, una bozza di legge è finalmente pronta e verrà esaminata il prossimo agosto. La notizia è arrivata qualche giorno dopo l’arresto delle cinque giovani femministe. Ma è dal 2003 che se ne discuteva.

È la stessa federazione cinese di tutte le donne ad aver spinto perché venisse approvata. Secondo le sue statistiche il 40 per cento delle cinesi spostate o in una relazione avrebbe subito violenza da parte del proprio compagno. Ma la percentuale è probabilmente ben più alta se si pensa alle aree rurali dove la cultura tradizionale è ancora molto forte e alla riluttanza con cui le donne denunciano i loro compagni. Come in altre parti del mondo, una legge che tutela le donne contro la violenza domestica, serve in primo luogo a rendere chiaro che non si tratta mai di un problema personale o di coppia, ma di un più diffuso fenomeno sociale contro cui si può e si deve combattere. Le attiviste erano in linea con le volontà governative, quindi. Ma l’accusa che gli è stata rivolta è “disturbo dell’ordine pubblico” ovvero aver manifestato le proprie idee cercando di coinvolgere l’opinione pubblica.