Non solo fazzoletti rossi, bella ciao, partigiani armati in montagna. “La resistenza fu larga, coinvolse monarchici, comunisti, cattolici e liberali, è diventata una cosa di sinistra a causa della guerra fredda, e fu anche la sinistra a volersela intestare e cercare di escludere il resto”. Così Giuliano Amato spiega uno degli stereotipi che hanno impedito di vivere il 25 aprile come una festa comune. Lo fa in occasione della presentazione del libro del giornalista del Corsera, Aldo Cazzullo ‘Possa il mio sangue servire’ alla Feltrinelli di Galleria Colonna a Roma. L’opera raccoglie le lettere di donne e uomini di ogni ceto sociale, carabinieri, sacerdoti, suore, soldati, civili che hanno contribuito con i loro gesti a costruire quella storia fino ad oggi raccontata parzialmente secondo l’autore. “Seicentomila soldati italiani nei lager tedeschi preferirono morire che arruolarsi per la Repubblica di Salò, nessuno conosce questi fatti ” aggiunge il giornalista Pierluigi Battista. “Mio padre fu un repubblichino, rimase sulle sue idee fino alla fine, ma riconobbe la sconfitta” racconta ancora il giornalista del Corriere della Sera. L’altro stereotipo è frutto del revisionismo diffuso negli ultimi anni e promosso dalla destra. “Le vittime sono uguali, i partigiani commisero atroci delitti, ma si arrivò quasi a ribaltare la situazione, il bene stava dall’altra parte, i buoni diventarono carnefici” sostiene Amato. “Non si possono equiparare repubblichini con i partigiani” ha detto in proposito il Capo dello Stato Sergio Mattarella in occasione del settantesimo anniversario della liberazione italiana. “Condivido a pieno le parole del presidente, ci sono pagine buie nella storia partigiana che non devono essere rimosse per tutelare il resto dei resistenti, ma i ragazzi di Salò, espressione simpatetica e assolutoria, furono i vinti dopo il 25 aprile, prima avevano il coltello dalla parte del manico, avevano tutta la macchina bellica nazista a loro disposizione, i vincitori invece venivano arrestati, torturati, appesi, impiccati, fucilati” conclude Cazzullo  di Irene Buscemi