Fui presa da rapimento estetico davanti a un torchon di tessuti damascato e broccato, lunghissimo e avvolgente, che partiva dal cortile del quattrocentesco Palazzo degli Atellani, passava per i saloni affrescati, si arrampicava per la scalinata e sbucava nel giardino, tracciando il percorso immaginario della vigna coltivata da Leonardo da Vinci. Dormiva tra queste mure, non lontano da Santa Maria delle Grazie e dal Cenacolo. Il vigneto gli venne donato nel 1499 da Ludovico il Moro in persona come ricompensa per l’Ultima cena. Le piante vennero curate dagli eredi del maestro fino alla Seconda guerra mondiale, ma nel ’43 vennero quasi totalmente distrutte da un bombardamento. Non tutto andò perduto: alcune piante della storica vigna vennero salvate dall’architetto Piero Portaluppi e adesso torna in vita grazie a un gruppo di esperti che hanno svolto un lavoro a metà tra l’archeologia e la viticoltura per volere dell’ultimo erede di Portaluppi, l’arcinoto interior decorator Piero Castellini. Un allestimento fiabesco griffato Tea Rose per il nuovo lancio di AD, sotto la guida del neo direttore Emanuele Farneti, bello come un modello.

Per non lasciarmi travolgere dall’orgia design in scena a Milano (Design Week milanese, dal 14 al 19 aprile), in delirio di onnipotenza creativa e schizofrenia da presenzialismo, seguo una regola ferrea: due, tre eventi al giorno non di più. Inizio subito con un Fuorisalone, per rimanere un po’ fuori dal coro, e mi butto nel cortile della Statale, dove archistar come Philippe Starck (che lancia anche un drink di design a base di melograno), Antonio Citterio e Daniel Libeskind le rifanno il look con mega installazioni e performance musicali.

Il colosso sudcoreano Samsung, che tallona a distanza ravvicinata l’Apple, inaugura il Samsung district in viale Liberazione 9 con esperienze sensoriali in “Embrance-Sensorial Experience” e lancia il nuovo smartphone, un gioiellino di lusso e di design. Dalla tecnologia più evoluta al più tradizionale artigianato, la Corea del Sud è anche questo.

E alla Triennale va in scena il tema “Su-su, Deom-deom, Eun-eun” (sembra uno scioglilingua per declinare Armonica, Semplicità, Quiete, Finezza) che combina artigianato locale con un senso estetico ultra moderno: si intrecciano aquiloni di carta di gelso, si smaltano le ceramiche, si laccano le ciotole monastiche. 

Poi c’è la casa chiusa in una scatola, la Ram House, sembra una cella, la chiamano invece la Casa Intelligente. Accarezzo il piumino vellutato di Etro dove verrebbe voglia subito di sdraiarsi, non ti lasciano sfiorare la seduta Luis Vuitton sospesa in aria sullo sfondo di un giardino tropicale allestito a Palazzo Bocconi. Sono gli oggetti nomadi quando nell’Ottocento viaggiare era considerato un’arte oltre che un lusso. E’ l’evoluzione dell’oggetto vintage come il baule-letto e la lanterna a energia solare.

Giovani creativi crescono come Ludek Lancellotti, figlio di principi, di madre artista (Coralla Maiuri), nipote dell’archeologo Amedeo, laureato a pieni voti alla St Martin School in ceramic design, fin da piccolo disfaceva e ricreava i suoi giocattoli. Un monito per le mamme: lasciate pure che i vostri figli li rompano, nelle sue vene potrebbe già scorrere il genio della creatività. Ludek ha esposto i suoi vasi multiformi nell’atelier della stilista Luisa Beccaria, ha reinventato per la stilista i suoi colori da primavera botticelliana.

Neo diplomata all’Accademia di Brera Domiziana Giordano, una cascata di riccioli rosso tiziano, espone un trittico floreale “In punta di piedi”. Solo su special order.
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