Prodotto da Ecm e Rai Cinema e distribuito da Boudu, esce il 16 aprile il doc del regista Fabrizio Ferraro. In un teatro vuoto di pubblico e colmo di note la dimensione tra palco e studio di registrazione fa da sfondo all’incontro artistico del trombettista sardo Paolo Fresu e del bandoneonista marchigiano Daniele Di Bonaventura. Tutto sotto l’occhio vigile del celebre produttore Manfred Eicher

Quando dal cieloUn film inusuale e a tratti, molti, ipnotico Wenn Aus Dem Himmel… Quando dal cielo… A partire dall’incipit in bianco e nero dove Daniele Di Bonaventura, spalle alla camera e fronte agli spalti vuoti dell’Auditorio Stelio Molo di Lugano apere con il suo bandoneon i 93 minuti del nuovo lavoro firmato Fabrizio Ferraro. La registrazione dell’album In Maggiore prodotto da Manfred Eicher è stata concepita come un dialogo tra il bandoneon Di Bonaventura e la tromba di Paolo Fresu. Un equilibrio giocoso tra spartiti e improvvisazione.

Il documentario che ne viene fuori parla un linguaggio di note e non prosaicamente di parole. Didascalie abbattute, restano sul palco a prima vista spoglio due artisti concentrati nel fondere i loro strumenti, le loro personalità in forma di note. Il pregio del regista emerge dall’invisibilità del restare in ascolto di questo lavorio. Puntando i suoi obiettivi con discrezione ottiene una freschezza dei protagonisti che sconfina quasi nel piccolo miracolo di una naturale incoscienza del video. Nessun commento in camera look e i momenti di silenzio creativo sembrerebbero lievitare in un lungo backstage. Scartano invece un piccolo cadeau: la sensazione di presenza del pubblico cinematografico in quel calore delle scintille che creano la musica. Pure se il teatro è vuoto come una conchiglia sulla sabbia. Siamo di fronte a un film che musicisti e intenditori, soprattutto di jazz, potranno decodificare senz’altro molto meglio di un ascoltatore dell’ultimo minuto – i termini strettamente musicali non sono pochi – ma i mood che fanno sbocciare i due artisti si legano alla predisposizione dello spettatore a fidarsi delle orecchie più che degli occhi. Combinazione richiesta abbastanza raramente dal cinema.

Le evocazioni visive che portano alle radici dei musicisti si rivelano in una punteggiatura d’immagini tra il Tirreno di Sardegna visto da un traghetto e le colline marchigiane. Più presente nella prima parte e meno nella seconda, come un sincopato jazz, e alcuni versi letti da Bruno Ganz. Il sonoro da studio, curato con la meticolosità di Eicher, prende fonte quasi sempre dai microfoni benedetti della sua Ecm Records, casa discografica tra gli altri di Pat Metheny, Chick Corea, Keith Jarrett, Jan Garbarek.

Dallo sguardo del regista, casse toraciche e mantice di bandoneon per Di Bonaventura, e pistoni, campana e sordina per la tromba di Fresu si rincorrono, si calibrano, ricercano i giusti tempi e toni e poi si riascoltano nello specchio delle registrazioni sul mixer governato dal fonico. Nel silenzio del palcoscenico per due vengono fuori i battiti dei tasti del bandoneon, con i quali l’autore del documentario gioca a rivelare per gradi stuzzicando la curiosità dello spettatore. Forse quella punteggiatura visiva tra mare e colline potrà apparire a volte troppo presente, altre troppo assente, chissà, magari un po’ squilibrata nel dosaggio, ma il doc di Ferraro suona comunque come un buon disco romantico, nostalgico, sprezzante, romantico. In una parola jazz.