Siamo abituati ad andare al Louvre di Parigi, alla National Gallery di Londra, al Prado di Madrid o al Metropolitan di New York e a ritrovare le opere di Leonardo Da Vinci, Tiziano, Giotto, Caravaggio, Botticelli o Mantegna. Pezzi unici e capolavori dell’arte dei più grandi artisti italiani dispersi tra i musei di tutto mondo. E non è diverso per i beni archeologici. Ora, però, numerosi reperti appartenenti all’Italia e arrivati fino a Parigi, Londra, Copenaghen, ma anche Philadelphia, Chicago, Washington e altri paesi ancora, sono di nuovo a casa. In realtà si tratta solo di un “ritorno virtuale”, ma è sufficiente almeno per essere al corrente dell’esistenza di tali tesori che nel corso dei secoli sono volati all’estero. A custodire “virtualmente” questi preziosi resti nostrani, testimonianza di antiche civiltà vissute sul nostro territorio, è il MAVNA, il Museo Civico Archeologico-Virtuale di Narce, che ha sede nel piccolo paesino di Mazzano Romano, a poco meno di 50 km dalla Capitale, nato dall’idea di un giovane archeologo italiano, Jacopo Tabolli, classe ’84 e un dottorato in Archeologia alla Sapienza di Roma.

Una sigla che contiene la molteplice natura di questo spazio espositivo: “civico” perché istituito nel 2012 dall’amministrazione comunale di Mazzano Romano da fondi derivanti interamente da sponsorizzazioni private con lo scopo di valorizzare l’identità culturale degli abitanti; “virtuale” perché, secondo specifici accordi con le diverse istituzioni museali internazionali, ospita le ricostruzioni dei corredi dispersi tra l’Europa e l’America che alla fine dell’Ottocento presero la “via del mare”. Riproduzioni di materiale archeologico, elementi architettonici della città antica, filmati d’epoca e di ricostruzioni, documenti d’archivio digitalizzati come ad esempio i taccuini di scavo, scenari e paesaggi di Narce, dunque, arricchiscono “virtualmente” il quadro archeologico delle scoperte narcensi già conservate e talora esposte in Italia al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e al Museo Nazionale Preistorico-Etnografico L. Pigorini a Roma, al Museo Archeologico dell’Agro Falisco a Civita Castellana e al Museo Nazionale Etrusco Centrale a Firenze.
Alle ricostruzioni virtuali, inoltre, si accompagna una piccola raccolta archeologica adeguatamente contestualizzata, frutto di recuperi sporadici, rinvenuta nel Parco Regionale Valle del Treja, storicamente terra di mezzo tra Etruria, Lazio e Sabina, dove antichi popoli italici, quali Falisci ed Etruschi, si incontravano e si scontravano. E proprio in corrispondenza dell’attuale Mazzano Romano, sorgeva appunto, intorno all’VIII secolo a.C., l’antica città di Narce, letteralmente sventrata e svuotata quando ancora non esisteva in Italia una legge che regolamentasse il commercio delle antichità nei paesi esteri, successivamente concepita fra il 1902 e il 1903.

È un progetto che ha riscosso grande successo all’estero, un successo che deriva dalla consapevolezza che la gran parte dei materiali è stata legalmente acquistata agli inizi del secolo scorso dai musei stranieri (il Danish National Museum di Copenhagen, il Musée du Louvre di Parigi, il British Museum di Londra, il Pennsylvania Museum of Archaeology and Anthropology di Philadelphia, il Chicago Field Museum, lo Smithsonian National Museum di Washington) che, a loro volta, hanno mostrato piena collaborazione dando vita a prestigiose convenzioni. La nascita di un museo a Mazzano Romano, nel luogo originario di provenienza dei beni archeologici, costituisce per queste istituzioni l’occasione per testimoniare il possesso legale dei corredi esposti e di sottolineare la differenza con i tanti musei costituiti su collezioni acquistate o esportate illegalmente. Con un clic, attraverso megaschermi, si viaggia nei musei lontani per ritornare indietro e ricostruire ciò che c’era lì, dove tutto è iniziato. Un progetto originale che in un piccolo museo di paese racchiude sei grandi musei internazionali e che ha avuto anche un prestigioso riconoscimento internazionale dall’Archeological Institute of America con il conferimento del “Preservation Site Grant”, un premio per finanziare i progetti didattici di tutela del sito archeologico, grazie al coinvolgimento della comunità locale e, in particolare, dei bambini.