O le riforme si fanno davvero o il governo Renzi dovrà mettere in conto una manovra aggiuntiva da 6 miliardi. A metterlo nero su bianco è il Servizio Bilancio di Camera e Senato. Che, esaminando in dettaglio il Documento di economia e finanza approvato in Consiglio dei ministri lo scorso 10 aprile e dalla prossima settimana al vaglio di Palazzo Madama, nota come “nel caso in cui lo Stato non attui le riforme concordate la deviazione temporanea dall’obiettivo di medio termine non sarebbe più garantita” e “la mancata attivazione della clausola sulle riforme (o il suo venir meno) comporterebbe la necessità di una correzione dell’indebitamento netto strutturale dello 0,5% (a fronte dello 0,1 previsto), riportando quindi il pareggio del bilancio strutturale al 2016″. Vale a dire che la Commissione Ue non concederebbe a Roma di rimandare il pareggio di bilancio strutturale al 2017, come il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha in animo di fare sfruttando la flessibilità prevista dalle nuove linee guida europee varate a gennaio per i Paesi impegnati appunto in processi di riforme strutturali. Il risultato sarebbe una “scure” da 6 miliardi di euro, pari a quello 0,4% di “sforzo aggiuntivo” che a quel punto Bruxelles potrebbe chiedere all’Italia. Soldi da trovare tagliando ulteriormente la spesa rispetto ai 10 miliardi previsti o aumentando le tasse.

Il percorso è stretto, insomma. Soprattutto se si va a guardare lo stato di avanzamento delle riforme messe in campo finora dall’esecutivo. I tecnici rilevano una lunga serie di ritardi e incompletezze nel lavoro portato avanti dall’esecutivo. Sul fronte Jobs act, per esempio, nel cronoprogramma allegato al Def manca l’indicazione dell’adozione di decreti legislativi per il credito di imposta a favore del lavoro femminile. Gli effetti di alcuni interventi, poi, sono previsti in calo rispetto alle ottimistiche previsioni dello scorso anno: basti pensare ai proventi delle privatizzazioni, che, sottolineano dal Servizio Bilancio, si stanno via via allontanando dai target indicati dall’Unione europea.

I tecnici invitano anche a valutare attentamente la destinazione dell’ipotetico “tesoretto”, da cui dipenderanno effetti “non secondari”, e si soffermano su uno di quelli che si preannuncia tra i punti più caldi della prossima legge di Stabilità: la revisione delle tax expenditures, cioè deduzioni, detrazioni e sconti fiscali di vario tipo. Ad oggi il loro valore è pari a 161 miliardi, in pratica il 10% del Pil. Una montagna che il governo sembra pronto ad aggredire con qualcosa che, leggendo il testo del Def, sembra molto più di un semplice tagliando. Dalla riduzione delle agevolazioni fiscali l’esecutivo conta infatti di raccogliere 2,4 miliardi di euro, poco meno di quanto si sarebbe incassato facendo scattare la clausola di salvaguardia prevista dal governo Letta (pari a 3 miliardi) e che l’esecutivo promette di disinnescare. A questo proposito però, ricorda il documento, la spending review necessaria per evitare “del tutto” che scattino le clausole (tagli alle detrazioni e aumenti automatici di Iva e accise) introdotte da Letta e quelle del governo Renzi è “pari complessivamente a circa 16,1 miliardi nel 2016, 25,5 miliardi nel 2017 e 28,3 miliardi a decorrere dal 2018”: un totale di circa 70 miliardi in un triennio. Facile a dirsi, ma visti i risultati ottenuti finora dai commissari alla spending review che si sono avvicendati a Palazzo Chigi l’attuazione è tutt’altro che garantita.

Buone notizie, per quanto attese, arrivano invece sul fronte degli interessi sul debito. Grazie al Quantitative easing della Bce la spesa per interessi pagata dall’Italia dovrebbe scendere quest’anno del 7,7% con un risparmio di 5,8 miliardi, seguito però da una lieve ripresa nel 2016.