Io non ero a Genova nel 2001. Il giornale per il quale lavoravo aveva appena chiuso e io, ancora una giovane cronista, ero in cassintegrazione. Ma non fu questo a fermarmi. Tre giorni prima dell’inizio del G8, mentre organizzavo il viaggio, mi arrivò la telefonata di un mio amico della “celere” di Modena, anche lui aggregato a Genova: “Non venire – mi disse –, ci stiamo preparando alla guerra”. Forse neanche lui immaginava che quella “guerra” avrebbe lasciato per strada un ragazzo e tante ferite avrebbe provocato sui corpi e nelle anime di coloro che furono “macellati”, anzi torturati alla Diaz. Ma ci si preparava alla guerra, tre giorni prima dell’inizio del summit.

Molte volte mi sono pentita di essermi fatta prendere dalla paura e non essere andata a Genova, ma mai una volta mi sono stupita per quel che è successo dopo, a torture avvenute. Neanche quando ho letto, sulla bacheca di Fabio Tortosa, che lui e quelli come lui lo rifarebbero altre mille volte. Perché Genova è stata quella roba lì, affidata nelle mani di gente così, che nella migliore delle ipotesi è stata “smidollata” – come l’ha definita il pm Zucca – per non aver saputo reagire agli ordini ricevuti, nella peggiore quegli ordini li ha dati. Per quanto conosco la Polizia, non posso definire “poliziotto” chi è intervenuto quella notte, perché sarebbe un’offesa ai poliziotti veri, quelli che chiamiamo quando abbiamo necessità o che proteggono le nostre idee quando manifestiamo pacificamente. È vero, molti di loro sono stati usati come capri espiatori la notte della Diaz e quelle a venire, molti sono stati “inculati” come poco poeticamente dice Tortosa. Chi avrebbe dovuto pagare è comodamente seduto su una delle poltrone più importanti d’Italia, mai sfiorato neanche dal rimorso. Ma è anche vero che Tortosa e gli altri sapevano benissimo cosa sarebbero andati a fare e non si sono rifiutati di farlo. Perché, dunque, sperare che gente così possa, negli anni, maturare un pensiero diverso rispetto a quello che ha fatto loro sollevare il manganello? Come poter cambiare la testa di chi ha visto promuovere – prima delle condanne – i propri dirigenti e ha visto l’allora capo scalare i vertici del panorama nazionale? Non mi stupisco, neanche stavolta.

Genova non finirà mai, perché le ferite non sono state curate e, anzi, continuano a essere riaperte. Perché chi le ha provocate è ancora lì ed è libero di straparlare. E non basterà certo il reato di tortura a far abbassare i manganelli: se non cambia la mentalità della polizia, se non si porta a termine il processo culturale timidamente iniziato – e poi arenato – dopo Genova, altri Tortosa riempiranno le bacheche di Facebook. E se sperate che lui, o i dirigenti che hanno messo “mi piace” al suo stato, verranno licenziati in tronco, non stupitevi quando ve li troverete davanti alla prossima manifestazione.