E’ da giorni che sento discorsi da bar, sulla vicenda tragica accaduta nel Palazzo di Giustizia di Milano. Siamo quasi giunti alla equiparazione dei processi con le vessazioni di Equitalia. La percezione della giustizia civile quale meccanismo esasperante ha preso il posto della realtà, invertendo le parti come solo in questa epoca riesce ad accadere. Ed allora i giudici si trasformano da giusti a “castisti” verso i quali sono giuste angherie su diritti costituzionali intangibili, annunciate da provvedimenti civetta come la responsabilità civile e la riduzione delle ferie.

Il passo verso gli altri obiettivi bavaglio perseguiti in decenni di tentativi, sembra breve e soprattutto corroborato da una sorta di insofferenza civica strisciante che ha nella tragedia di Milano la sua apoteosi. Ed allora tutti, ma proprio tutti i media, rispolverano dossier sul tale magistrato o sull’altro, iniettano veleno nelle decisioni del Csm in molti casi anche contro evidenze cristalline. Ricomincia quel clima buio nei confronti delle toghe che in questi anni abbiamo più volte denunciato.

Le tecniche sono sempre le stesse e sono la dimostrazione che l’azione della Magistratura ricopre un ruolo sussidiario previsto dai nostri padri costituenti e motivazione essenziale della necessità della loro indipendenza quale fondamento stesso della nostra democrazia. Le Procure che lavorano su temi quali la corruzione nella pubblica amministrazione, sulla lotta alla Mafia, e su processi che disvelano gli abusi della finanza e dei poteri multinazionali sono sempre le più esposte. Insomma, mentre la politica dorme sulla contorsione dei tempi per giungere a risultati, la Giustizia irrita poiché chiamata ad interrompere drasticamente consuetudini corruttive e di malaffare senza se e senza ma. Mentre dietro i “se” e sui “ma” proliferano lobbismi ed affarismi illeciti, sull’intransigenza delle regole piovono piombo e fango.

Sembra esemplare la situazione della Procura di Trani, esposta su diversi fronti come quasi un avamposto della Resistenza estrema della democrazia. La squadra guidata dal Procuratore Generale Carlo Maria Capristo ha svelato i meccanismi perversi che dominano questa nostra epoca liquido/consumistica. Il lavoro fatto sulle agenzie di rating, sul sistema corruttivo locale e nazionale (Sistema Trani, Porto di Molfetta), sui disastri ambientali (discarica dei rifiuti), sulle prepotenze della finanza a tasso ricaricabile, sul marketing nella salute deve aver infastidito molti poteri. Deve essere apparso anche irriverente rispetto a potentati istituzionali nei quali spesso i confini tra regole ed interpretazioni si intrecciano. Ma il rigore dei Pm come il Michele Ruggiero o la intransigenza dei gip come Francesco Messina o tutti gli altri che in quel Palazzo sdraiato sulla libertà del mare che lo cinge, devono sembrare ostacoli granitici a quei poteri che giorno dopo giorno cercano di minare questo enorme lavoro che mira solo a garantire ai cittadini la certezza di vivere in democrazia.

Dopo i fatti di Milano il clima civico sembra regredire verso facili populismi, ed allora anche il no a Di Matteo del Csm per la sua nomina a procuratore nazionale antimafia, appare motivo di successo per i “riformatori della giustizia” in cerca semplicemente di pratiche assolutorie, prescrittive, alla continua ricerca di condoni e destrutturazione dei reati. Decretando a botta di bizantinismi e di eterni “se” e “ma”, forse arriveranno ad annullare gli argini costituzionali, sicuramente sono giunti a deprimere la funzione dei magistrati in molti casi. Ed intanto i corrotti ridono al telefono, i mafiosi brindano, ed il Paese più corrotto d’Europa tarda a ritrovare il giusto entusiasmo.