Si chiude il VII Summit delle Americhe a PanamaPoche esitazioni si possono avere sul carattere davvero storico dell’incontro realizzatosi a Panama negli scorsi giorni. La riconciliazione avvenuta dopo oltre cinquant’anni di sterile e dannosa contrapposizione fra Cuba e Stati Uniti sembra infatti aprire nuove strade al continente americano nel suo complesso e al mondo intero. Va al riguardo posto in risalto come la natura davvero epocale di questo avvenimento debba balzare agli occhi di chiunque abbia una conoscenza sia pure approssimativa della storia degli ultimi due secoli.

L’avvenimento periodizzante precedente va infatti a mio avviso identificato con la proclamazione della dottrina Monroe, avvenuta nel 1823, quando gli Stati Uniti, per bocca dell’omonimo presidente, avevano proclamato in sostanza che l’America Latina costituiva una loro riserva di caccia da tenere indenne dalle pretese del colonialismo e dell’imperialismo europei, dopo che gli spagnoli erano stati cacciati dai loro possedimenti con le guerre di liberazione dei primi due decenni dell’Ottocento. I quasi due secoli successivi sono stati costellati di interventi degli Stati Uniti in tutta l’America Latina (Messico, Repubblica Dominicana, Guatemala, Cile, Nicaragua solo per citarne alcuni) e dal sostegno degli stessi a brutali dittature militari, in particolare quelle che hanno seminato morte e distruzione in Brasile, Argentina, Cile, Uruguay, Bolivia e altrove negli anni Settanta.

La rottura di tale predominio era peraltro iniziata nel 1959, con la Rivoluzione cubana. Esperienza questa, le cui forti radici autoctone, sia culturali e sociali, sono state dimostrate nei fatti dalla sua capacità di sopravvivere alla fine del blocco sovietico e anzi di inseminare, con l’esempio e il sostegno concreto, numerose altre esperienze di governi progressisti che, a partire dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso si insediavano in quasi tutti i Paesi dell’area. In tal  modo si sta dando vita a una nuova fase dell’integrazione latinoamericana e di sperimentazione costituzionale e sociale all’insegna del recupero di istanze sempre trascurate dai governi precedenti, quali quelle dei contadini, dei lavoratori, degli indigeni, degli afrodiscendenti e del popolo più in generale. Come ho scritto di recente sul giornale online La città futura, “la decisione di Obama è stata adottata quando la parte più lucida dell’amministrazione statunitense si è resa conto che Cuba era un osso troppo duro per venir piegato con la forza e le intimidazioni, come abbondantemente dimostrato dal fatto che il nuovo quadro latinoamericano, per buona parte frutto proprio dell’esistenza e della resistenza di Cuba, si dimostrava – come logico – del tutto propizio a nuovi rapporti fra Cuba e gli Stati dell’area, che ricevevano un adeguato suggello con il reingresso della stessa all’interno dell’Organizzazione degli Stati americani, per non parlare del ruolo da protagonista assoluto assunto dal governo dell’Avana rispetto all’ALBA ed al CELAC”.

Se ciò è vero, qualche ulteriore tentativo di intervenire negli affari interni dei Paesi latinoamericani costituisce a ben vedere una scoria del passato da spazzare via al più presto. Come nota perfino Massimo Cavallini su questo giornale, è in effetti ridicola la dichiarazione degli Stati Uniti che il Venezuela costituirebbe una minaccia per gli Stati Uniti stessi. Meno ridicola, anzi pericolosa, potrebbe però risultare la tentazione di continuare ad intervenire in vario modo in America Latina, dato che le suddette scorie continuano ad essere presenti in vari settori dell’amministrazione di Washington e che purtroppo non è garantito che la saggia politica di Obama sarà continuata dai suoi successori. Occorre quindi continuare a chiedere con forza agli Stati Uniti di essere coerenti con la politica di rispetto reciproco e cooperazione fattiva inaugurata a Panama, ponendo fine a ogni illusione di condizionare, con la politica di potenza, gli sviluppi interni agli Stati latinoamericani.