E così, alla fine, anche Pietro Ciucci lascia l’Anas, l’azienda pubblica delle strade: in una piccata replica a un articolo de il Fatto Quotidiano che ne auspicava l’addio aveva detto di non volersi muovere. Gianni De Gennaro, invece, resta alla presidenza di Finmeccanica anche se il segretario del Pd Matteo Orfini ha detto che è “vergognoso” tenere in quel posto il capo dei poliziotti che secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo si sono macchiati di tortura durante il G8 di Genova. Le due storie sono diverse: Ciucci è un boiardo, o un “burosauro”, come lo ha chiamato Repubblica, cioè uno di quei manager pubblici che una volta entrati nelle aziende di Stato ne fanno il proprio regno. De Gennaro è arrivato a presiedere Finmeccanica dopo una lunga carriera tra polizia e servizi segreti.

Ciucci era (e rimane fino all’assemblea degli azionisti tra un mese) il padrone assoluto dell’Anas, azienda che muove appalti per miliardi, De Gennaro è un presidente che non entra nella gestione operativa, affidata invece a Mauro Moretti. Il governo ha scaricato Ciucci, dopo una lunga lista di storie poco commendevoli che riguardavano l’Anas (rivelate da il Fatto Quotidiano e poi da Report) mentre De Gennaro è rimasto al suo posto nonostante il premier avesse fatto filtrare l’auspicio di dimissioni spontanee. Le responsabilità di Ciucci sono quelle di un manager plenipotenziario, quelle di De Gennaro misteriose: è lo stesso De Gennaro che il governo Renzi ha confermato un anno fa a Finmeccanica, i ragazzi della Diaz sono stati picchiati 14 anni fa e De Gennaro non ha avuto conseguenze giudiziarie per il suo ruolo di capo della polizia.

Se Ciucci era un manager così disastroso, perché il governo Renzi non lo ha rottamato prima? E se De Gennaro non era adatto per Finmeccanica, perché confermarlo? Orfini si indignò anche ai tempi della prima nomina, ma solo perché il super poliziotto passando dal governo e dalla delega all’intelligence a guidare un’azienda che con i servizi segreti ha inevitabili rapporti, operando nel settore della difesa, poteva violare la normativa Antitrust.

Visto che i criteri con cui si scelgono i manager pubblici sono opachi, con il coinvolgimento di “cacciatori di teste” che serve solo a ratificare scelte già prese, risulta sempre difficile motivare razionalmente le mosse della politica. Il messaggio che arriva è sempre quello della discrezionalità assoluta.

Con un sistema di scelta e valutazione trasparente, basato su parametri misurabili, si potrebbe fare una cosa radicalmente nuova in Italia: confermare i manager bravi e congedare quelli inadeguati. Ma neppure la rottamazione renziana si spinge a tanto.