Fu il film assoluto e maledetto sul potere e sulla corruzione in Italia, sulla Democrazia Cristiana che governò il paese per un trentennio e di lì ancora per altri quindici anni. Todo Modo di Elio Petri, datato 1976, e tratto dal libro di Leonardo Sciascia del ‘74, dopo il restauro della Cineteca di Bologna e del Museo Nazionale del Cinema di Torino, torna su grande schermo oggi 13 aprile 2015 con proiezioni il lunedì e martedì in una cinquantina di sale italiane per un mese, oltre che in una nuova versione dvd distribuita da CGEntertainment.

“Todo modo para buscar la voluntad divina”, spiega nel film, citando Ignazio di Loyola, l’Aldo Moro interpretato da Gian Maria Volonté (“una maschera che simboleggiasse tutti i democristiani”, spiegò il regista all’epoca), contrito leader del partito dominante, apparente spietato burattinaio di un gioco al massacro tra clan che coinvolgerà mortalmente anche lui. Ogni modo è lecito pur di mantenere il comando, sembra ricordare la frase che riecheggia continuamente tra le lugubri arcate sotterranee di un albergo/convento, tutto crocifissi, catacombe, amianto a spruzzo, telecamere a circuito chiuso, dove si rifugiano dall’ “epidemia” che ha colpito il paese, i rappresentanti del partito di governo per compiere deferenti e medioevali esercizi spirituali. Una pratica diretta dal fustigatore Don Gregorio (Mastroianni) ed eseguita da tutte le correnti Dc, compresi i grandi nomi (Moro, Andreotti, Scelba, ecc..) ricalcati come sudari da maschere grottesche, su e giù nell’enorme refettorio dal basso soffitto, o rintanati tra le stanze dell’albergo, dietro le cui porte ci si avvicina per origliare o spiare dal buco della serratura. “Quando girammo Todo Modo, Volonté divenne evanescente, camminava come se fosse sulle nuvole, parlava a bassa voce, non ti guardava negli occhi, tutto preso com’era dal personaggio di Moro”, spiegò Petri sul suo diario all’epoca. “A nessuno venne in mente di constatare che in fondo, nel film, ci voleva un certo coraggio a prendere un uomo politico, analizzare il suo comportamento face-to-face, e trasformarlo nella maschera dello sfascio, della catastrofe”. Mai come altri film, o forse solo nel coevo Salò di Pasolini, Todo Modo mostra la vertigine etica delle oscure trame di potere, l’inquietudine esplicita di una classe politica rapace tutta tesa a rintracciare nella fede la giustificazione della propria spregiudicatezza autoreferenziale.

“Al posto del pittore immaginato da Sciascia io ho messo un personaggio che è una specie di Tartuffe, un democristiano che somiglia ai tanti ministri che ci governano da trent’anni: mezzo omosessuale e mezzo impotente, soprattutto politicamente impotente. La sua perversione consiste nel fatto di opporsi a qualsiasi cambiamento – affermò il regista. “La sceneggiatura si basa esclusivamente su un principio teatrale, su una scansione regolata dalle diverse posizioni fisiche e dalle meditazioni successive. Sant’Ignazio suddivide i propri esercizi spirituali in circoli rigidi, esattamente come de Sade”. “Sogno, ho avuto un incontro con l’ambasciatore olandese vero…ho sognato, sogno…così….ad occhi aperti. Desideri, di stupro anche…passivo, capisci? – spiega il Moro/Volonté a Don Gregorio – Come in politica, sogno di prendere delle decisioni: la riforma sanitaria, medicine gratis per tutti, e allora tu sai quanto mi sta a cuore questa riforma vero…ma non riesco a vararla. Do il via alle operazioni…e poi mi ritiro. È come un’erezione mancata capisci? E allora che fare in questa immobilità?”.

Un film scomodo fin da subito che, dopo un mese di programmazione viene posto sotto sequestro. Sostanzialmente bandito dalle sale, riceverà simbolicamente il colpo di grazia del delitto Moro che lo renderà invisibile, con tanto di copia originale ritrovata bruciata presso gli archivi romani di Cinecittà.

Vi è infine un ulteriore alone di mistero su Todo Modo, attorno ad un fatto e ad una coincidenza che il musicologo Stefano Zenni spiegherà con foto e documenti inediti lunedì 13 aprile al cinema Lumiere di Bologna prima della proiezione e successivamente al Massimo di Torino: “La colonna sonora era stata assegnata a Charles Mingus che la compose e pubblicò nel disco Cumbia and Jazz Fusion, con una lunga suite sul lato B intitolata Music for Todo Modo”, racconta Zenni al FQMagazine. “Il produttore Daniele Senatore, in collaborazione con la Warner che avrebbe dovuto distribuire il film negli Usa dopo il successo di Petri, premio Oscar con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, aveva chiesto a Mingus di comporre i brani che poi, a sua insaputa vennero tolti dal film. A sostituirlo fu chiamato Ennio Morricone”. “L’equivoco del coinvolgimento di Mingus, una sinergia produttiva Italia/Usa per il ricco aristocratico Senatore, già marito di Julie Christie, riguardava il fraintendimento “politico” della musica del contrabbassista: risultava un musicista di protesta che lottava per i diritti dei neri, anche se non era proprio così – continua Zenni – Per questo venne ingaggiato sul film che metteva in discussione il centro di potere in Italia, la Dc. All’inizio si pensò che il benservito a Mingus fosse stato dato da Renzo Arbore, allora compagno di Mariangela Melato che recita nel film (è la compagna bramosa di sesso del Moro/Volonté ndr). Poi Arbore smentì e Senatore si prese tutta la responsabilità di questa cancellazione. Vista la mia frequentazione con la moglie di Mingus, nel mio intervento del 13 aprile alla Cineteca di Bologna farò ascoltare brani di film con il commento musicale che avrebbe voluto Mingus”. “La maledizione attorno a Todo Modo per il povero Senatore – conclude il musicologo – si riverbera sia nel destino distributivo americano del film, che mai avvenne, sia nel bizzarro accostamento avvenuto dopo la sua morte pochi anni fa: il suo corpo è seppellito nel cimitero di Torrita Tiberina, dove è sepolto anche Aldo Moro”.

Il trailer di Todo Modo