Tra mille polemiche, e rimettendoci prima di tutto lui stesso, attraverso il potere della parola e dell’arte, ruppe l’omertà per quella coscienza tedesca rimasta silenziosamente ancorata al vulnus nazista. Il premio Nobel per la letteratura Günter Grass è morto all’età di 87 anni in una clinica della città di Lubecca che era stata casa sua per decenni. E chi in queste ore lo definisce il più importante scrittore tedesco del dopoguerra non fa torto a nessuno. Nella sua poliedrica figura d’artista, romanziere in primis, autore di teatro, scultore, poeta, si riconoscono tentennamenti, volontà di rinascita e incertezza morale, di più di una generazione uscita dalla seconda guerra mondiale inevitabilmente legata al passato Günter Grass dell’abisso dell’etica toccato dall’aberrazione hitleriana.

Nato nel 1927 nella polacca città stato di Danzica, Grass cercò fin da 15enne di arruolarsi nella marina tedesca e poi a 17 negli ultimi mesi del conflitto diventò effettivo delle SS: “Ero giovane, e volevo uscire di casa. Mi aggregai alle SS nelle ultime fasi della guerra. Le consideravo un’unità d’élite. (…) Se fossi nato tre o quattro anni prima, certo, sarei stato coinvolto in quei crimini di guerra”. Una macchia nerissima e adolescenziale che divenne stigmata storica su cui però Grass volle tacere a lungo fino al 2006, nonostante l’espiazione in un campo di prigionia finita la guerra, nonostante il ritorno in società attraverso i lavori più umili, ma grazie anche all’esorcizzazione catartica di quel libro che scrisse nel 1959, Il Tamburo di latta, poi anche film diretto da Volker Schlöndorff nel 1979, che lo fece diventare protagonista immediato della letteratura mondiale e che spinse la popolazione tedesca a guardare in quell’armadio degli scheletri, tra l’oblio di una convivenza forzata col male, e una ricostruzione etica necessaria sulle rovine del conflitto.

Il protagonista del libro, Oskar Matzerath, alla fine della sua vita, rinchiuso in una clinica psichiatrica racconta il suo Novecento, da polacco, da antinazista e pieno di rabbia per le generazioni che l’hanno preceduto, a partire dall’opportunismo del padre, un debole che “abbraccia la folla”, e quindi il nazismo. Solo nel 2006, e dopo velati accenni, con continue polemiche di figure a lui antagoniste, Grass nel 2006 è tornato a parlare dei suoi trascorsi nelle SS nel romanzo autobiografico Sbucciando la cipolla, affrontando direttamente la sua appartenenza seppure laterale, seppur limitata a pochi mesi, seppur senza mai aver ucciso o torturato nessuno nelle camere a gas, in quella parte dello Stato hitleriano più eticamente e storicamente inqualificabile.

“Non ho mai detto nulla di falso”, si schernì dopo l’uscita del libro che provocò il più grande dibattito politico nella Germania del dopoguerra. “Quello che è stato pubblicato dopo il ’45 sulle SS, su tutti i suoi crimini, era qualcosa di cui venni a conoscenza più tardi”, affermò a El Pais, “il mio senso di vergogna è cresciuto nel tempo, che è poi in gran parte il motivo per cui questo episodio unico nella mia vita è stata una cosa che ho tenuto per me. Quello che avevo accettato con stupido orgoglio nella giovinezza lo volli nascondere dopo la guerra per un senso di vergogna ricorrente, ma il peso è rimasto”.

Durante la frequentazione del Gruppo 47, assieme a Ingeborg Bachmann e Heinrich Böll, Grass scrisse, oltre a Il tamburo di latta, Gatto e topo – uscito subito dopo nel 1961 -, e Anni di cani (1963), la cosiddetta ‘trilogia di Danzica’; ma la sua poetica, il suo agitare le acque nel malmostoso oblio nazionalsocialista, aveva già inferto il colpo cruciale per riaprire la ferita del passato tedesco e tenerla aperta per oltre un cinquentennio.

Attivo durante gli anni ’60 nella Spd di Willy Brandt, dopo la caduta del muro di Berlino dichiarò apertamente che le Germania Est e Ovest sarebbero dovute rimanere divise visto il pericolo di una revanche militarmente possibile. Poi il Nobel nel 1999 con l’accademia di Stoccolma che commenta l’onorificenza per “l’enorme compito di rivedere la storia contemporanea ricordando gli sconosciuti e i dimenticati: le vittime, i perdenti e le bugie che la gente ha voluto dimenticare perché aveva creduto in esse”. Ancora un’altra polemica, l’ultima, ma come sempre dalla risonanza mondiale. Nel 2012 scrive una poesia che lui stesso definisce “civile”, ‘Cosa bisogna dire’ pubblicata sul Suddeutsche Zeitung, dove critica la scelta del governo tedesco di rifornire Israele di sei sottomarini Dolphine, in grado di trasportare testate nucleari (“Non resterò più in silenzo perchè sono stanco dell’ipocrisia occidentale”): versi che portarono il quotidiano Die Welt a definirlo “l’eterno antisemita”. Ora che Grass non c’è più, l’eco della sua sfida all’ipocrisia della memoria, un alone oscuro presente prima di tutto nel suo personalissimo passato, continuerà a riverberarsi nel continuo rimescolare le carte dell’analisi storica contemporanea.