‏Il terremoto era annunciato, previsto, l’effetto resta però intatto. La Procura distrettuale antimafia di Catania ha depositato una richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa nei confronti di Mario Ciancio Sanfilippo.

‏Va nella polvere uno degli uomini più potenti della Sicilia, forse oggi il più potente, ma anche uno degli editori più noti del Paese, tanto da ricoprire per anni la carica di presidente della Fieg, la federazione degli editori di giornali, e attualmente quella di vicepresidente dell’Agenzia Ansa, i cui uffici catanesi sono, da sempre, graziosamente ospitati nei locali del suo giornale e sui quali esercita un discreto, ma ferreo controllo.

Va nella polvere non perché l’atto della Procura rappresenta una condanna. Dovrà esserci la decisione del Gip, poi eventualmente un processo con tutti i suoi gradi. Va nella polvere perché con quest’atto, che gli impone il marchio di ‘imputato’, dei magistrati hanno osato l’inosabile.

Ciancio 240In un Paese che ha mandato a processo Giulio Andreotti e innumerevoli volte Silvio Berlusconi, giusto per citare i due esempi, più eclatanti, nessuno aveva mai osato toccare questo personaggio, nessuno per decenni aveva osato accendere i riflettori di un’indagine sul suo sistema di potere, andare a guardare gli intrecci, le relazioni pericolose, nessuno aveva osato andare a chiedersi l’origine e la proliferazione della sua ricchezza che appariva senza limiti.

Il suo motto di famiglia era “io non vendo, compro”. Oggi i giudici si chiedono, tra le altre cose, con quali denari Ciancio ha fatto la sua fortuna. Una domanda, irriverente, che nessuno aveva mai osato fare. La vulgata diceva che la ricchezza di Ciancio arrivava dallo zio Domenico Sanfilippo e dalla buona dote portata dalla signora Valeria Guarnaccia, quando convolò a nozze. Ma basta la sostanziosa eredità dello zio e la pur ricca dote della sua consorte a spiegare questo fiume di soldi? Le carte e le dichiarazioni fiscali, acquisite ai 48 faldoni che compongono l’istruttoria, pare dicano che non basta. La risposta forse arriverà dal processo.

Intanto alle prime domande riguardo ad un tesoro di 52 milioni e seicento mila euro trovato ben nascosti nei forzieri delle banche svizzere, Ciancio ha dato spiegazioni false. Ha mentito, dicono i magistrati, e quella incapacità a fornire una spiegazione ha convinto il procuratore Giovanni Salvi e il sostituto Antonino Fanara a chiederne la confisca. Colpire Ciancio nel portafoglio è un colpo micidiale. Quei 52 milioni sono pericolosissimi perché aprono uno scenario importante ed è quello degli intrecci, delle amicizie del passato, amicizie come quella con il defunto cavaliere del lavoro Carmelo Costanzo a sua volta vicino alla famiglia catanese di Cosa nostra.

Con Costanzo, Mario Ciancio acquistò il 16,57% del pacchetto azionario del Giornale di Sicilia. Un ingresso che sarebbe stato “benedetto” da Vito Ciancimino, almeno stando al racconto fatto ai magistrati catanesi da Massimo Ciancimino, racconto che va preso con le molle ovviamente, ma che apre squarci inquietanti. Ma i rapporti con Costanzo si sono fermati a quell’affare? I magistrati vogliono capire se vi sia un filo rosso che lega il denaro trovato in svizzera con altri affari e con il defunto cavaliere dell’apocalisse. E ancora a proposito di amicizie e relazioni entrano prepotentemente i nomi di certi soci di affari come quelli nella costruzione del centro commerciale alle porte di Catania. In quell’affare Ciancio era in società, tra gli altri, con Tommaso Mercadante, figlio del radiologo palermitano Giovanni Mercadante, recentemente condannato in via definitiva per mafia, e nipote dello storico capomafia di Prizzi.

‏La notizia di oggi non sta in queste domande e in quello che c’è nei faldoni del processo, sta nel fatto che è definitivamente finito il suo potere.

Un potere feroce, che ha divorato una città e ha pesantemente condizionato lo sviluppo. Una tavola imbandita dove mangia uno solo, ecco cos’è stata la Catania di Ciancio. Ogni affare, ogni iniziativa imprenditoriale era preclusa a chi non si adeguava al suo potere. O si stava dalla sua parte o era meglio cambiar aria. Un regime medioevale. La prima vittima è stata la coscienza civile. Una città obbligata al conformismo, al luogo comune. Ciancio ha ucciso anche la libertà dei catanesi di potersi formare una libera opinione. Ha soffocato, spegnendole tutte le iniziative editoriali che potessero rappresentare un’alternativa alla sua verità. Ha obbligato per venticinque anni La Repubblica, che ha supinamente accettato il pactum sceleris, a non distribuire nelle edicole della provincia di Catania le copie dell’edizione siciliana del giornale, ha imposto e impone da decenni il nome del corrispondente di quel giornale che è sempre una persona di sua strettissima fiducia.

Per decenni stabiliva lui chi poteva o non poteva esercitare la professione di giornalista, pochi sono sfuggiti a questa condizione. Una ferra mania del controllo per difendere dal potere della parola il suo sistema di affari e quello dei suoi amici o dei suoi compagni di strada. Un monopolio totale dell’informazione siciliana che ha determinato un immenso poter di ricatto che Ciancio ha avuto e in larga misura ha ancora anche sulla politica, destra e sinistra non fa differenza, asservita ai suoi voleri, ai suoi bisogni, alla sua smisurata fame di denaro. Un potere di ricatto, di favori incrociati e soprattuto l’uso spregiudicato dei suoi media utilizzati come una vera e propria arma. Chi non si adeguava veniva semplicemente cancellato da una sorta di lupara bianca mediatica. Ma non solo, in almeno un’occasione, stando alle testimonianze raccolte dalla Procura, Ciancio avrebbe addirittura minacciato chi non si adeguava ai suoi voleri, affermando che sarebbero stati arrestati e lui avrebbe scelto su quale pagina pubblicare la notizia e persino la foto da usare. Ecco, in quel racconto c’è forse l’essenza del personaggio: il sarcasmo e la ferocia, unite e celate dietro un benevolo aspetto di mitezza.

‏Ciancio ha i suoi rituali per celebrare il suo potere. Si presenta raramente alle riunioni pubbliche, di solito resta poco. Scarsa vita mondana. Il centro del suo potere è un piccolo studio con annessa sala riunioni. È il sancta sanctorum del tempio dove celebra il suo potere. Nessun politico può astenersi da rendere visita. Un atto di vassallaggio a cui nessuno, o quasi, si è mai sottratto. Tutti si sono seduti a quel tavolo facendosi fotografare con lui e riconoscendo Ciancio come il principe della città. Con alcuni suoi interlocutori compie un singolare rito: prima che l’ospite beva, assaggia un cucchiaino di caffè dalla sua tazza.

Mantiene forti le sue relazioni, tanto da ottenere, poche settimane fa, nonostante la pesantissima accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, un surreale articolo firmato dal Capo dello Stato sul suo giornale in occasione del settantesimo anno di vita della testata. Riesce ancora, seppur con difficoltà, a far tener aperti i cordoni della borsa alle banche che, ad oggi, non hanno mai chiesto di rientrare alle sue aziende, nonostante una condizione di non propria floridezza.

‏La caduta del potere di Ciancio non vuol dire che si sia di fronte alla fine della sua arroganza. Il suo comunicato è un misto di vittimismo e un attacco diretto alla Procura, con l’immancabile corollario della teoria del complotto e del castello di prove costruite ad arte. Peccato che questa volta non ci sono pentiti da sbugiardare o da blandire. Ciancio, che si è affidato alla difesa dell’avvocato Giulia Bongiorno dovrà difendersi dalle sue azioni, dei suoi affari, dalle sue liaisons dangereuses e soprattuto, paradossalmente da ciò che ama di più: i suoi adorati soldi.