Milano, sparatoria in tribunaleI magistrati si sentono soli, ma tale sensazione riguarda un po’ tutti gli operatori della giustizia, settore trascurato e per molti versi sotto attacco nonostante la sua importanza cruciale in uno Stato civile e sociale di diritto. Ha ragione Eugenio Albamonte, segretario dell’Associazione nazionale magistrati a Roma: “I magistrati sono rimasti gli unici a dover dare risposte a tutte quelle istanze e aspettative spesso frustrate dalle altre istituzioni”. Tale ruolo di supplenza appare inevitabile specie a fronte delle insufficienze e degenerazioni della sfera politica e dell’inopportuna tendenza dei governi degli ultimi anni a liquidare la funzione di mediazione sociale svolta dai corpi intermedi, specie il sindacato, e a indebolire sempre di più le autorità locali.

La politica dominante, sia nelle varianti apertamente ostili alla magistratura, incarnate da Forza Italia, sia in quelle tipo PD o centriste, non si limita del resto a caricare la magistratura di compiti di supplenza, ma non fa nulla per facilitarne l’azione ed anzi la attacca a sua volta, con leggi di stampo propagandistico come quella sulla responsabilità dei magistrati e negandole i mezzi minimi per operare in modo efficace.

Si vedano, a tale ultimo riguardo, le vicende dei 2.650 tirocinanti di giustizia, i quali tengono in piedi molti uffici giudiziari colpiti dalle carenze di organico, i quali, in mancanza di provvedimenti idonei, resteranno a casa a partire dal primo maggio, con conseguenze prevedibili in termini di ritardi e ostacoli a un soddisfacente funzionamento della giustizia. Persone che erano state formate, con la spesa di milioni di euro, per mettere in pratica l’informatizzazione del sistema giudiziario e che oggi vengono “dimenticate” dal governo.

La spietata logica dei tagli di spesa e della precarizzazione colpisce in tal modo, oltre che i diritti di queste persone, quelli della cittadinanza ad ottenere una giustizia tempestiva e funzionante. A fronte del resto, di buchi in organico degli uffici giudiziari pari a novemila posti vuoti.

L’attacco contro la giustizia prende quindi varie forme. Beninteso, tutte le sentenze sono criticabili e vanno criticate quando è il caso di farlo. Ma la legittima critica non può prendere le forme della delegittimazione. Del resto occorre considerare che tale delegittimazione della magistratura, così come la debilitazione strutturale della giustizia, fanno il gioco di chi vorrebbe eliminare l’ultimo argine alla corruzione dilagante e alle logiche esiziali delle cosche, cricche e caste varie che in varie occasioni, da mafia capitale al Mose dall’Alta velocità all’Expo sono state, per citare solo gli ultimi episodi di una storia antica e infinita, oggetto delle attenzioni e delle iniziative dei giudici.

E’ in tale quadro di complessivo attacco alla giustizia che si inserisce l’episodio aberrante del triplice omicidio avvenuto al Palazzo di giustizia di Milano. Autore, un losco traffichino, un bancarottiere balordo che si è trasformato in assassino plurimo. Una sorta di tristo eroe negativo dei nostri tempi. Le affermazioni che ha fatto per giustificarsi (“Quel palazzo era l’origine di tutti i miei mali”), pare tipica di un certo approccio secondo cui la legalità e la giustizia diventano il problema, in una situazione nella quale il divorzio fra il Paese reale e quello legale aumenta a vista d’occhio.

In una situazione di questo genere occorre evidentemente procedere a una rifondazione della legalità e del senso stesso dello Stato e del bene comune, oggi valori in Italia quanto mai deprezzati. A tale fine occorre una mobilitazione unitaria dei cittadini e degli operatori di giustizia (giudici, avvocati, cancellieri, ecc.) che ponga al primo posto il rilancio della giustizia, mediante un piano di assunzioni e l’istituzione di un corpo di promotori del diritto e della giustizia cui destinare migliaia di laureati in giurisprudenza. Minando in tal modo alle basi l’attuale sistema di corruzione e violazione continua della legalità che costituisce un fondamentale fattore di crisi sia sociale che economica. Dalla quale è illusorio uscire senza un rilancio forte dei diritti e della giustizia.