Quando ne parlo ai ragazzi, ai bambini, agli studenti, la parola resistenza ai più fa uno strano effetto: all’inizio sembra una parola vecchia, di altri anni, di mondo antico e ormai sepolto. Ti guardano come se arrivasse un marziano dal passato, per parlare loro di futuro.
Alcuni allargano le narici per nascondere lo sbadiglio, appena seduti già stanno scomodi. La parola resistenza non deve restare ancorata al passato, nemmeno partigiani, partigiani, parteggiare per qualcuno. Per me ce n’è una ancora più bella: “ribelle”. Mi sono ribellato, vamolà. Che quando è l’ora di rispondere all’ingiustizia è quello il momento per dire no, di ribellarsi.
Questi termini non devono restare patrimonio di chi fa la resistenza con la pelle di chi è morto settant’anni fa, di chi si nasconde dietro fatti accaduti da un’eternità, da chi lascia la responsabilità di lottare a monumenti in fin di vita, quasi a voler ammettere che si ha paura di non farcela da soli, perché incapaci di intraprendere un ruolo da protagonisti: proteggere la memoria, tutto qui.
Le parole contano, ecco perché ai ragazzi, ai bambini, agli studenti parlo di un punto di partenza e una destinazione da tracciare, per scrollarli dal torpore che tutto questo sia solo un fatto già accaduto, quando in realtà continua ad accadere e ci sono e sempre ci saranno ottime ragioni per fare resistenza, essere partigiani, ribellarsi. Va detto loro, ai giovani, che queste parole non solo descrivono la nostra quotidianità, ma anche la dimostrazione che imparando dal passato non c’è niente di più moderno che prendere posizione e difenderla e non si è mai troppo giovani per imparare che prima di diventare grandi occorre crescere, prendendo la rincorsa da quegli anni. Non farlo sarebbe una tortura, perché lavare il sangue non pulisce una coscienza.
25aprile