Quello che non sa Salvini. O quello che fa finta di non sapere. Questo è il dramma. Oltre alle scempiaggini che dice e per cui anche Facebook è intervenuto cancellando messaggi di odio sul suo profilo. Il vuoto normativo sulla questione dei Rom e dei Sinti in Italia è l’eterno ignorato dal leader della Lega, e dai politici italiani in generale.

Rom e Sinti sono la più grande minoranza europea, con oltre 12 milioni di persone, ma il nostro Paese non la riconosce giuridicamente. La legge 482 del 1999 (“Norme in materia di tutela delle minoranza linguistiche storiche”) garantisce i diritti a tutte le minoranze etniche e linguistiche (albanese, catalana, germanica, greca, slovena, croata, francese, franco-provenzale, friulana, ladina, occitana, sarda) che vivono sul territorio italiano tranne ai Rom e ai Sinti. E i tentativi successivi per includerli sono falliti.

Mercedes Frias, ex deputata di Rifondazione comunista, nel 2007 ha avanzato una proposta di legge per la loro tutela che però non è mai stata discussa alla Camera. Nel 2013 ci ha riprovato il senatore Francesco Palermo con un altro disegno di legge (n.770), arenato a Palazzo Madama. Il risultato è che oggi in Italia ci sono circa 180mila Rom e Sinti che vivono in un limbo, 40mila di loro confinati nelle aree di sosta delle periferie, emarginati, stigmatizzati. Non hanno un posto, ma un “parcheggio temporaneo” regolato da ordinamenti regionali. Appena il 3 per cento è nomade (secondo il rapporto conclusivo dell’indagine sulla condizione di Rom, Sinti e Camminanti in Italia diffuso dalla commissione diritti umani del Senato nel 2011). Gli altri si sono sistemati in appartamenti. Molti sono diventati medici, ingegneri, ristoratori, ma nascondono la loro origine per paura di essere derisi.

Solamente la metà è in possesso della cittadinanza italiana. Tutti gli altri sono degli apolidi di fatto. Per questi la ricerca di un lavoro è un calvario. C’è chi non ha il documento di identità, chi è figlio di stranieri (soprattutto ex jugoslavi) non regolari, chi non è mai stato registrato all’anagrafe, chi non soddisfa il requisito della residenza legale continuativa dalla nascita al compimento dei 18anni.

E allora c’è Strasburgo che striglia l’Italia. La commissione contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa (Ecri), nell’ultimo rapporto di febbraio, ci ha richiamati per la mancata integrazione dei Rom colpiti dagli sgomberi nonostante i fondi ricevuti. Nel 2012 aveva già raccomandato alle autorità italiane di rafforzare il ruolo dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni (Unar) e di assicurare la protezione agli sgomberati. “La maggior parte dei Rom – si legge sul documento – subisce gravi forme di marginalizzazione e di discriminazione, sia in materia di accesso all’alloggio, che di altri diritti sociali, quali l’istruzione, l’accesso al lavoro e alla salute. Si respira un clima generale fortemente negativo rispetto ai Rom: i pregiudizi esistenti nei loro confronti si riflettono talvolta negli atteggiamenti e nelle decisioni adottate dai politici, o sono da queste rafforzati”.

La comunità rom e sinta si è arrangiata. Il 15 maggio 2014 ha presentato in Cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare “Norme per la tutela e le pari opportunità della minoranza storico-linguistica dei rom e dei sinti”. Staremo a vedere.

Fatto il conto con il vuoto normativo e i numeri esigui di questa comunità, la prospettiva di Salvini scoppia come una bolla di sapone. C’è un’emergenza di giustizia sociale e abitativa, non di sicurezza. Nelle parole di Salvini trasuda il terrore per il diverso. Il diverso è lo sconosciuto. Ma lo sconosciuto è anche in casa nostra, è il fratello che trascuriamo perché non è come noi, lo zio che non chiamiamo perché chissà cosa avrà in testa, perfino dentro di noi c’è una parte sconosciuta. Crescere significa conoscerla, darle la mano, imparare a sentirci a nostro agio con noi stessi e con gli altri, negli spazi ogni volta diversi. Non credo sia banale ricordare questo passaggio. Ogni pensiero è un parto di testa imbevuto di noi, di quello abbiamo vissuto, temuto, gioito. È la cartina di tornasole delle nostre emozioni. Ecco perché non siamo tutti Salvini.