Con il Piano Juncker, la Commissione Europea ha deciso di istituire un Fondo Strategico per gli Investimenti (Efsi) che rafforzi la competitività in Europa e incoraggi la creazione di nuovi posti di lavoro. L’Efsi prevede un meccanismo di garanzia di 21 miliardi di euro che consentirà alla Banca Europea degli Investimenti (Bei) di erogare prestiti a progetti di investimento che, per il rischio o per il profilo dell’impresa, avrebbero difficoltà ad accedere al credito.

Il Piano Juncker conta molto sull’effetto “moltiplicatore” per cui: quando un progetto è approvato dalla Bei ed il prestito viene erogato si punta ad amplificarne l’effetto, ad esempio stimolando la concessione di credito anche da parte di banche private attraverso l’emissione di project bond, ma soprattutto cercando di attrarre sui progetti approvati capitale di rischio di privati e misure nazionali di aiuto (quali defiscalizzazione o incentivi a fondo perduto).

Cosa succede a questo punto?

Il Consiglio Europeo e la Commissione Juncker, per amplificare al massimo questo effetto “moltiplicatore”, vorrebbero alleggerire il rispetto delle regole degli Aiuti di stato. La bozza di regolamento proposta dal Consiglio non lascia dubbi al riguardo, prevedendo che quando ai prestiti erogati da Bei si aggiungono incentivi di altro tipo (defiscalizzazione, contributi a fondo perduto) sia prevista una deroga al funzionamento normale delle regole sugli Aiuti di Stato. In buona sostanza, invece del consueto esame delle misure di aiuto (che normalmente vengono valutate per assicurarsi che rispettino i criteri previsti) si procede ad una valutazione semplificata, come si evince dalla lettura del considerato (22) della bozza di regolamento citata.

Ma c’è un problema.

Posto che le regole europee sugli Aiuti di Stato dovrebbero perseguire l’obiettivo di garantire certezza alle aziende che investono – certezza che lo stesso piano Juncker riconosce come fattore fondamentale per far ripartire l’economia – non appare affatto chiaro come le deroghe alle norme sugli aiuti di Stato potrebbero funzionare nel settore della banda larga e ultralarga. In questo settore, infatti, le regole sugli aiuti di Stato prevedono che nelle aree dove aziende private hanno già fatto investimenti in reti a banda ultralarga (le cosiddette aree nere), gli aiuti pubblici non possano intervenire “spiazzando” investimenti già fatti dai privati, se non a determinate condizioni, molto dettagliate.

Questa “certezza” è fondamentale. Infatti, se le imprese non sono sicure che gli investimenti compiuti avranno i rendimenti attesi – perché lo Stato decide di intervenire nella stessa area per la realizzazione di un’infrastruttura di rete a condizioni di mercato che nessun operatore sarebbe in grado di realizzare- potrebbero sospendere gli investimenti in corso e restare a guardare. Ciononostante, le nuove norme previste dalla bozza di regolamento, bypassando questo principio, rischiano di penalizzare proprio quegli investimenti che sarebbero preziosi per lo sviluppo delle reti a banda ultralarga.

Servono fiducia nel contesto economico globale, prevedibilità e chiarezza nella definizione delle politiche e del quadro normativo, un uso efficace delle scarse risorse pubbliche, fiducia nel potenziale economico dei progetti di investimento in fase di sviluppo e una capacità di rischio sufficiente per incentivare i promotori dei progetti, sbloccare gli investimenti e attirare gli investitori privati

Questo è quanto si legge nella Comunicazione della Commissione su “Un piano di investimenti per l’Europa” (Com /2014/0903), ed è chiaro che il rispetto di certe condizioni, anche per i progetti che ricevono sostegno dal Efis, diventa indispensabile quando intervengono contributi pubblici complementari. E ciò per due motivi essenziali.

Innanzitutto, perché il venir meno di certezze sul quadro normativo applicabile rischia di confondere il mercato e frenare gli investimenti privati.

In secondo luogo, perché l’impiego delle risorse pubbliche in aree dove esistono già investimenti privati potrebbe distogliere l’attenzione dalle aree in cui c’è veramente bisogno di un intervento pubblico per garantire la copertura del servizio, ovvero le aree c.d. “a fallimento di mercato”.

In altre parole, una deviazione dalle regole sugli Aiuti di Stato nel settore in questione potrebbe produrre un effetto addirittura opposto a quello che si propone il Piano Juncker, con la conseguenza di inibire o ritardare gli investimenti privati.

Sarebbe, quindi, opportuno che il Governo chiarisca presto presso le competenti sedi europee la propria posizione al riguardo, per assicurare la massima sinergia tra investimenti pubblici e privati nello sviluppo delle reti: obiettivo cruciale per lo sviluppo economico del nostro Paese.