Luigi De Franco fu il primo magistrato a salire sul traghetto Moby Prince il 12 aprile 1991, due giorni dopo la tragedia che – a poche miglia  dal porto di Livorno – provocò 140 morti dopo la collisione della nave passeggeri con la petroliera Agip Abruzzo. Fu De Franco che seguì le indagini preliminari, formulò le prime richieste di archiviazione e di rinvio a giudizio, ma non partecipò al processo perché chiese e ottenne una domanda di trasferimento alla pretura del Lavoro a pochi mesi dall’avvio del dibattimento. In attesa dell’avvio della commissione d’inchiesta parlamentare sulla sciagura di 24 anni fa, a ilfattoquotidiano.it ammette che all’epoca lui e gli altri inquirenti fecero “tutto il possibile per arrivare a una ricostruzione”: “Ma non penso – ammette – che si sia arrivati alla verità”. Anzi, “in questa storia – aggiunge – i dubbi sono tanti”.

Dottor De Franco, il Parlamento Italiano indagherà sulla vicenda Moby Prince. La Procura di Livorno si è occupata del caso con due inchieste, la prima delle quali da lei condotta. Manca ancora una verità o il Parlamento perderà solo tempo?
Credo di aver fatto tutto il possibile per arrivare ad una ricostruzione di quanto accaduto e sono ancora convinto di aver identificato dei responsabili per quella tragedia (assolti nel processo di primo grado ndr). Allo stesso tempo non penso che si sia arrivati alla verità, in tutte le sue componenti. Non entro nel merito del lavoro dei colleghi (dell’inchiesta-bis terminata con l’archiviazione del 2010 ndr) ma se i familiari delle vittime continuano a chiedere delle risposte significa che non siamo riusciti a soddisfare il loro legittimo bisogno di verità e giustizia.

Sulla sua mancata partecipazione al processo si è parlato molto. A distanza di tanti anni è possibile fare chiarezza?
Io chiesi di operare nel settore che amavo di più ovvero il diritto del lavoro. La mia richiesta fu accolta. Tutto qui.

Non seguì più, seppur a distanza, l’evoluzione dibattimentale del suo lavoro operata dal pm Cardi?
No. Guardi le confesso che non lessi mai nemmeno la sentenza. Solo una parte, su richiesta di un consulente che era stato a suo dire “maltrattato” e mi portò direttamente la copia per segnalarmi la cosa.

Il consulente era l’esplosivista della polizia scientifica Alessandro Massari?

Massari sostenne la tesi dell’esplosione da solido nel locale eliche di prua e la manovra di rientro in porto da parte del traghetto. La sentenza giudica queste tesi “insostenibili” e “svuotate di ogni logica rispondenza”. Effettivamente per un consulente tecnico è una censura profonda…
Guardi, io non entro nelle scelte dei giudici. Ricordo che tutti riconobbero che Massari svolse il suo lavoro con le migliori attrezzature dell’epoca e nessuno ha potuto sostenere che quell’esplosivo non fosse a bordo. Per qualcuno è bruciato, per Massari era esploso. Ma comunque c’era. Sul resto delle sue deduzioni non lo seguii allora ma continuo a pensare che sulla dinamica della collisione non sia stata fatta ancora la massima chiarezza.

Lei iscrisse nel registro degli indagati alcune figure di spicco per le quali poi chiese l’archiviazione. Tra queste figura anche Achille Onorato, benché la “dichiarazione di armatore” del Moby Prince fosse firmata dal figlio Vincenzo, come riconobbe lui stesso a processo. Perché indagò la persona sbagliata?
Sinceramente credo sia stato un errore di procedura. Forse demmo per scontato che l’armatore fosse Achille Onorato, come notizia nota. Fu comunque uno sbaglio relativo se si considera che la sua posizione fu archiviata.

Per l’appunto, tra le responsabilità armatoriali lei non ritenne opportuno ascrivere anche la disabilitazione dei sistemi di sicurezza anti-incendio accertata dai consulenti tecnici sulla Moby Prince. Perché?
Evidentemente non era stato realizzato un quesito a tal proposito, dovrei riguardare essendo passati molti anni. In ogni caso questo non aveva un’incidenza diretta con la collisione e quindi, forse, fu tralasciato per tale motivo.

La notizia di reato era però presente e ribadita in sentenza. Perché non si procedette a riguardo?
Sulla sentenza, glielo ribadisco, non entro nel merito, ma il tema in questo caso mi pare fosse determinare se il sistema anti-incendio era stato disabilitato su mandato della compagnia o su iniziativa di singoli responsabili della nave. Si scelse la seconda strada.

A distanza di tanti anni lei indagherebbe su questo punto?
Col senno di poi si farebbero senz’altro altre scelte, ma è un esercizio inutile.

Lei salì mai sulla petroliera?
No

Perché?
Era il mezzo investito, non lo ritenni importante.

Qualità e quantità del carico dell’Agip Abruzzo non fu mai oggetto d’analisi per lo stesso motivo?
Sì. Snam (società armatrice della petroliera, ndr) ci fornì tutta la documentazione a riguardo e noi utilizzammo quella.

Nel testo per la proposta per l’istituzione della commissione d’inchiesta sulla strage il punto è citato perché Snam vi segnalò che la petroliera partì da Sidi Kerir, in Egitto, il 6 aprile e arrivò a Livorno il 9 aprile in serata. Sono 1573 miglia nautiche di distanza e quella nave, alla “velocità economica” citata nei documenti, copriva la tratta in circa sei giorni di navigazione, non di certo nei tre che voi accettaste per buoni. Quindi non sapendo con certezza da dove arrivò la petroliera è legittimo il dubbio su quanto e quale carico trasportasse, anche nella cisterna centrata dal Moby Prince.
Vede, io ricordo che ogni passo conclusivo realizzato nelle indagini fu concordato con le parti civili. Quindi la questione non è sfuggita solo a noi. Ritardai per mesi il dissequestro dell’Agip Abruzzo nonostante la pressione costante dei legali di Snam e la nave fu portata via dalla rada solo quando le parti civili segnalarono di aver concluso i propri accertamenti.

Si è molto discusso di alcune imperizie delle indagini. Tra le più eclatanti le manomissioni e sparizioni sul traghetto, benché sottoposto a sequestro, e ad esempio il recupero tardivo della cassetta originale del cosiddetto “video D’Alesio”. Lei ne dispose il sequestro il 1 dicembre 1992, venti mesi dopo che l’Italia aveva visto quelle immagini nel TG1 delle 20, citando come motivazione la memoria di un avvocato di parte civile. Perché attese così tanto?
Sinceramente non lo ricordo, è passato molto tempo.

Sa che in quel video è stato riscontrato un taglio audio e ultimamente anche la traccia del corrispondente taglio video. Non la incuriosì questa rimozione proprio della parte in cui un testimone oculare (il Comandante di un’altra petroliera Agip ancorata in rada) raccontava cosa stava vedendo?
Credo che acquisimmo il video dalla RAI, ci dev’essere in atti. Non pensammo al fatto che quanto trasmesso potesse essere diverso dall’originale e ci concentrammo molto sulla parte delle immagini riprese. Ricordo che ci fu un notevole dibattito in merito al cosa si vede in quel video. Io sinceramente continuo a pensare che non è chiaro.

Dottor De Franco, lei ha rivendicato il fatto di aver identificato dei responsabili: chiese il giudizio per il militare di leva che non udì il may day del Moby Prince, il terzo ufficiale dell’Agip Abruzzo per non aver azionato i segnali antinebbia e due ufficiali della Capitaneria per negligenze relative al soccorso. Chiese invece l’archiviazione per il comandante della petroliera, l’armatore e non indagò il comandante della Capitaneria, ovvero tutte le figure “eccellenti” della vicenda. A distanza di 24 anni rifarebbe questa scelta?
Ogni richiesta su indagati fu ponderata a lungo e continuo a pensare al fatto che la tragedia, stante la descrizione dedotta tramite le relazioni dei miei consulenti e tramite le testimonianze raccolte, aveva quei responsabili. I miei consulenti dissero che il may day lanciato dal traghetto era udibile e quindi Spartano (il militare di leva in ascolto alla radio ndr) doveva sentirlo ed è responsabile di non averlo fatto. Poi sul comandante della petroliera c’era solo quella questione del mancato soccorso avendo visto il Prince senza dichiararlo. Lui negò sempre e non c’era modo di dimostrare il contrario…

La nebbia c’era quella notte?
Sa, ancora oggi me lo chiedo. (Allarga le braccia, ndr). Credo di sì ma in questa storia i dubbi sono tanti.