Niente Europei, niente più competizioni internazionali per la nazionale di calcio di Israele: la Palestina vuole farla bandire dalla Fifa. La Federazione araba è intenzionata a presentare una richiesta formale di espulsione per le ripetute violazioni e violenze dello Stato ebraico nei confronti degli sportivi palestinesi. Salvo ripensamenti, la mozione sarà sul tavolo del prossimo Congresso di fine maggio, appuntamento che potrebbe essere storico per il mondo del pallone. Se si arrivasse alla conta, l’intera Fifa rischierebbe di spaccarsi sotto gli occhi di Joseph Blatter, vicino alla riconferma per il suo quinto mandato. E le conseguenze non sarebbero solo calcistiche.

Mercoledì il presidente della Fifa ha incontrato il numero uno della Palestine Football Association (Pfa), Jibril Rajoub, per discutere della mozione. Nessun commento alla fine del vertice, solo una stringata nota sul sito ufficiale della Fifa, in cui si ribadisce che “la sospensione di una federazione, per qualsiasi ragione, è sempre un danno per l’intera organizzazione”. E che “il calcio dovrebbe unire, non dividere”. Retorica spicciola che non nasconde la distanza fra le posizioni. Blatter si è schierato in maniera esplicita contro la richiesta della Palestina, a difesa degli interessi della sua Fifa più che di Israele. Stavolta, però, la Pfa non si accontenterà di semplici promesse.

Di una possibile mozione anti-israeliana, infatti, si era già parlato abbondantemente lo scorso anno. Inutile dire che i rapporti fra i due Paesi siano tesissimi, anche nel pallone. L’episodio più drammatico si è verificato nel marzo del 2014, quando un gruppo di soldati israeliani sparò e stroncò la carriera di Jawhar Nasser, 19 anni, e Adam Abd al-Raouf Halabiya, 17 anni. Senza dimenticare la storia di Mahmoud Sarsak, giocatore della nazionale imprigionato e torturato per mesi senza un processo. Ma le ingerenze israeliane sono croniche, e non solo riconducibili a questi fatti tragici: il libero spostamento e l’attività di calciatori palestinesi è sistematicamente ostacolato dalle restrizioni in atto nella zona. E cinque squadre di città di territori occupati partecipano al campionato israeliano, violando le normative internazionali.

Lo scorso anno la Federazione palestinese aveva accettato di fare marcia indietro, ma vista la mancanza di progressi ha deciso di tornare all’attacco. E anche Michel Platini avrebbe ammesso in colloqui che “stavolta la questione è molto seria”, e che “molti Paesi potrebbero schierarsi con la Palestina”. Se venisse confermata, la mozione dovrebbe essere votata dal Congresso plenario della Fifa, in calendario il prossimo 28 e 29 maggio a Zurigo. Alla Palestina servirebbero 156 voti su 209 membri. Tanti, indubbiamente. Ma il movimento d’opinione è forte, come testimoniano le parole del presidente della Uefa. E del resto il calcio si è spesso schierato dalla parte della Palestina, anticipando quei riconoscimenti che la politica ha impiegato anni a dare. Mentre lo Stato palestinese è entrato nell’Onu solo nel 2012 come “osservatore permanente” e non è universalmente riconosciuto, nel calcio la Federazione è affiliata alla Fifa sin dal 1998. E nel 2015 la nazionale ha preso parte alla sua prima Coppa d’Asia. Ancora una volta dallo sport potrebbe arrivare una scelta dal grande significato politico. Israele è vicino ad una storica qualificazione agli Europei (complice la nuova formula a 24 squadre), ma in caso di sospensione dovrebbe rinunciarvi. L’infinita guerra sulla Striscia di Gaza ha sconvolto anche il pallone. Per il momento solo quello palestinese, presto anche quello israeliano potrebbe pagarne le conseguenze.

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