La sentenza della Corte Europea sulla Diaz, oltre al merito di aver riacceso in Italia i riflettori sulla vergogna della normativa anti-tortura che non c’è, è stato anche un piccolo, e tardivo sicuramente, ma non meno importante risarcimento morale per le oltre 60 vittime; anche per i molti stranieri coinvolti, che loro malgrado hanno dovuto imparare in fretta come funziona il nostro assurdo Paese.

Sentire i racconti di quella notte dalla bocca di non italiani, da gente che non ha mai sentito parlare del caso Aldrovandi e non sa chi è Stefano Cucchi, che non segue il dibattito nazionale sui casi di malapolizia ma sa cosa vuol dire essere picchiati o sequestrati arbitrariamente da agenti italiani, è scioccante.

A Londra conobbi due di loro, un giornalista della Bbc ed un fotografo media-attivista, che hanno vissuto quella follia; il primo venne fermato all’ingresso della scuola e fu salvato da una chiamata della BBC, per poi essere rilasciato al termine del blitz: “Io una cosa del genere, non l’avevo mai vista. Eppure ho lavorato in mezzo mondo e prima della Diaz, non avrei potuto immaginare di assistere un giorno a qualcosa di simile, in un Paese occidentale”, raccontava. Bill Hayton è rimasto in stato di arresto per un’ora, senza ragione. Ha visto gli agenti entrare e le barelle uscire, è stato tra i primi a vedere il disastro nella “macelleria messicana” e pur a distanza di anni era ancora forte l’emozione al pensiero che solo per un caso fortuito non fosse finito come Mark Covell: a quest’ultimo non è andata altrettanto bene.
Se a qualcuno il nome non dice nulla, si tratta del, “giornalista inglese massacrato alla Diaz”, il volto straniero più noto della mattanza. Tra tra il 2005 ed il 2006 si parlava molto dei fatti di Genova: i processi erano nel vivo e la vittoria dell’Unione alle elezioni, con l’ingresso in parlamento di Haidi Giuliani, la mamma di Carlo, aveva fatto sperare nell’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta.

Come con il reato di tortura, anche allora l’obiettivo sfumò al fotofinish. La stampa britannica seguiva la vicenda e soprattutto il canale Channel 4, aggiornava di frequente sulle vicende giudiziarie. Mark si dava da fare come poteva: chiamava i suoi contatti giornalistici locali per vedere se era prossima una copertura, viaggiava spesso in Italia per incontrare avvocati e associazioni che seguivano i filoni processuali, e viveva con l’incubo di quel 21 luglio. A trovarselo davanti, minuto e con il volto scavato, era difficile credere che fosse davvero riuscito a sopravvivere al pestaggio che aveva subito “Dovevano avermi scambiato per un pallone da football” mi ripeteva.

No, non c’era ironia nelle sue parole: quei pochi minuti, prima dell’irruzione nella scuola, quell’uomo ha visto la morte in faccia. Covell mi ha raccontato il suo calvario; il rumore sordo delle sue ossa rotte dagli scarponi degli agenti, la mascella frantumata, le urla confuse “fucking black block, we kill you!”, il sangue che lo stava soffocando. Era a terra in stato comatoso e intanto continuavano a pestarlo. In coma poi ci fini per 14 ore e al risveglio si trovò un polmone perforato, danni alla spina dorsale.

Nel 2012, il tribunale gli ha riconosciuto 350mila euro di risarcimento ma i danni fisici che gli hanno provocato i torturatori sono permanenti e il suo processo contro gli agenti per tentato omicidio è finito senza colpevoli. Per questo la sentenza di Strasburgo è un barlume di giustizia che parla anche la lingua di Mark e quella degli spagnoli, dei tedeschi, dei belgi e di tutti gli altri stranieri della Diaz.