C’è una condanna a tre anni e un mese di reclusione per una vicenda di tangenti alle spalle di Massimo D’Anzuoni, uno dei soci di Claudio Giardiello, l’imprenditore che ha ucciso tre persone a colpi di pistola nel palazzo di giustizia di Milano ed è stato poi arrestato a Vimercate, in Brianza. Secondo gli investigatori, proprio D’Anzuoni era l’obiettivo successivo dei suoi proiettili, dopo il giudice Ciampi, l’ex socio Giorgio Erba, l’avvocato Lorenzo Appiani e il nipote (anche lui socio, ferito) Davide Limongelli: quando l’hanno bloccato, Giardiello stava per imboccare il raccordo con l’A4 che l’avrebbe portato a Bergamo e da lì a Carvico, dove risiede D’Anzuoni.

D’Anzuoni, geometra titolare di varie società immobiliari, insieme ad altri imprenditori e membri della giunta di Trezzano Sul Naviglio (Milano) è risultato coinvolto in un giro di tangenti per la realizzazione di un’area commerciale, in una vicenda che aveva portato anche all’arresto del locale comandante della polizia municipale. L’indagine, condotta dalla Dia e dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano, aveva portato a diversi patteggiamenti, compreso appunto quello di D’Anzuoni. Il processo a Giardiello cercherà di stabilire che cosa sia scattato nella testa dell’imprenditore-killer, ma certo la strage è maturata in un’area grigia tra affari poco chiari, soldi in nero e rapporti con la politica locale.

“Credo che probabilmente l’inizio della sua crisi sia avvenuta nel momento in cui ha pensato che tutti gli amici lo avessero abbandonato, peccato che la storia non è andata così”, ha detto D’Anzuoni al suo avvocato, Luigi Liguori.  Come sia andata davvero lo dirà il processo in corso, quello che oggi è stato interrotto dagli spari di Giardiello. La storia inizia nel 2002 e ruota attorno a due palazzine in via Biella, a Milano. L’immobile lo costruisce la Miani Immobiliare, società che fa capo per un 75% alla Cisep, in cui ha delle quote D’Anzuoni, e per il restante 25% alla Magenta immobiliare di Giardiello e Limongelli. La Magenta verrà dichiarata fallita nel 2008, ma sono i passaggi che portano al fallimento a scatenare, probabilmente, la rabbia di Giardiello.

L’accordo prevedeva infatti che la Miani corrispondesse alla Magenta un 3% sugli appartamenti venduti. Soldi che, dice oggi l’avvocato di D’Anzuoni, vengono regolarmente versati. Ma il punto è un’altro: secondo l’accusa quel 25% di quota della Magenta serviva in realtà per far girare il nero, che poi i soci si spartivano secondo accordi ben precisi. In sostanza, i soldi che venivano corrisposti al compromesso, al rogito sparivano e finivano nella contabilità occulta.

L’intesa comincia a scricchiolare già nel 2004 ma alla fine i soci trovano una sorta d’accordo che prevede che ognuno rimetta la sua parte nella società. D’Anzuoni, sostiene sempre l’avvocato, è l’unico che lo fa. E così salva la Miani, mentre la Magenta comincia ad andare a fondo. Anche perché, e siamo a fine del 2006, Giardiello, che era socio di maggioranza, estromette dalla gestione societaria il nipote, Davide Limongelli, ferito nella strage, che era l’amministratore. E da quel momento, sostiene D’Anzuoni, i soldi invece che nelle casse della società finiscono tutti nelle tasche del futuro killer, fino al fallimento che arriva nel 2008.

“Io non lo vedo e non lo sento dal 2007 – ripete ancora il sopravvissuto – e devo la vita al mio avvocato”. “E’ vero – conferma il legale – sono stato io a dirgli di non venire oggi in Tribunale: era in programma un’udienza tecnica, era previsto l’esame dei consulenti e il suo apporto non era necessario”.