Ha fatto in pochi giorni il giro della Rete, finendo pubblicato persino sulle pagine di grandi quotidiani il video della proprietaria di una cantina di vini nell’Alessandrino che, esasperata per una serie di piccoli furti subiti, colti in castagna attraverso il sistema di video sorveglianza due anziani signori intenti a portarle via un paio di scatole di vino, anziché presentare una denuncia alle forze dell’ordine ha scelto di pubblicare il video del furto su Facebook, ritenendola una forma di giustizia più rapida ed efficace.

L’episodio di per sé sciocco è però – specie in ragione del successo virale del video – rivelatore di una pericolosa tendenza che sarebbe bene frenare sul nascere perché apre le porte a forme intollerabili di giustizia privata e, soprattutto, minaccia di far passare la “gogna mediatica” come una sanzione alternativa a quelle previste dalla legge o, addirittura, migliore perché più efficace sia come deterrente rispetto alla commissione di altri reati che a scopo punitivo.

Nessun intento di colpevolizzare chi, vittima di un furto o, magari, di un reato anche più grave abbia l’umana tentazione di farsi giustizia da sé e di utilizzare a tal fine la “giustizia” mediatica, rapida ed efficace, di un social network anziché la giustizia talvolta lenta e non sempre efficace amministrata dai giudici e governata dalle leggi dello Stato.

Guai però a non sottolineare forte che la prima è un surrogato della giustizia che non dovrebbe trovare cittadinanza in uno Stato di diritto e che costituisce una cura capace di produrre conseguenze più drammatiche del male che vorrebbe curare.

Non c’è spazio – e non deve esserci spazio – nell’Ordinamento per forme di pseudo-giustizia privata, sommaria e mediatica.

E preoccupa che il video della “social giustiziera del vino” sia rimbalzato anche su grandi giornali senza una riga di commento che segnali la circostanza che rubare in una cantina è reato ma pubblicare il video degli autori del furto – o meglio dei presunti autori del furto giacché siamo tutti innocenti fino a quando un giudice non dica il contrario a valle di un giusto processo – è una condotta egualmente illecita e disdicevole che viola il codice privacy e che, se dovesse divenire un’abitudine, minerebbe alla radice lo Stato di diritto.

Una cosa è proteggere la propria proprietà con un sistema di videosorveglianza per cogliere in flagranza i ladri o chiunque la minacci e fornire alle forze dell’ordine ed alla magistratura prove utili ad identificare i colpevoli ed assicurarli alla giustizia e una cosa completamente diversa è far da sé e condannare con un processo sommario i presunti colpevoli alla pena della gogna mediatica, pubblicando su un social network le loro facce nel bel mezzo del furto o dell’aggressione all’altrui proprietà.

Che accadrebbe se domani ciascuno di noi iniziasse a filmare con sistemi di videosorveglianza o con gli smartphone che abbiamo in tasca i piccoli e grandi illeciti subiti o che ritenga di aver subito e anziché denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine, denunciasse il protagonista dell’episodio pubblicamente, postando il video girato sulla propria pagina Facebook o, magari, su YouTube?

Basterebbe poco ed il Paese si trasformerebbe in un moderno Far West, popolato di sceriffi e giustizieri nel quale regolamenti di conti in stile western sarebbero all’ordine del giorno ed il ricorso a forze dell’ordine e giustizia si trasformerebbe rapidamente da regola ad eccezione.

Difficile credere che il nostro Paese sarebbe migliore di quello nel quale viviamo oggi.

Per scongiurare il rischio che uno scenario di questo genere si trasformi da incubo antidemocratico in realtà è, però, necessario educare grandi e meno grandi ad una cultura – evidentemente ancora poco diffusa – della privacy e della legalità in nome della quale la giustizia è amministrata solo dai giudici e la privacy – anche di un ladro vero o presunto di qualche cartone di vino – non vale di meno di quella di qualsiasi altro cittadino.