Un video del 2013 di Ted (Tecnology Entertainement Design) mi aveva incuriosito: per la prima volta sentivo parlare in modo semplice di app per la ricerca e l’offerta di lavoro.

La domanda di fondo era relativa alla possibilità di creare un sistema che consenta di fare incontrare domanda ed offerta di lavoro anche quando quest’ultima è atipica e marginale: come far sì che non vengano sprecate anche quelle micro-offerte di lavoro che potrebbero interessare a quelle persone che possono (o vogliono) lavorare poche ore al giorno e non tutti i giorni? Si pensi ad esempio ad una neomamma che potrebbe lavorare solo due ore al giorno ed in zona vicina a casa o all’asilo nido, ma che non vorrebbe essere vincolata ad un’attività lavorativa per tutti i giorni della settimana.

Un simile sistema potrebbe soddisfare le esigenze di quei datori di lavoro che, se sapessero di questa disponibilità limitata, potrebbero, grazie ad essa, gestire momenti critici della propria attività: ad esempio, un gestore di un locale pubblico che ha punte di affluenza per le prime colazioni o per pranzo e non tutti i giorni, sarebbe felice di poter far ricorso ad una simile applicazione.

Il principio di fondo del sistema sarebbe l’assenza di vincoli: il datore di lavoro consulta tramite l’app il sistema e verifica se e chi è disponibile a coprire  questa sua temporanea esigenza; il lavoratore risponde solo se per quella giornata può e vuole lavorare.

Insomma, il disegno originario di Wingham Rowan era l’antesignano delle app che, nel corso degli anni successivi, si sono sviluppate.

La prima avvisaglia del fatto che l’idea di Wingham non fosse utopica è stata la polemica su Uber, cioè quell’applicazione per cui una persona fa il taxista (o il noleggiatore con conducente, a seconda che siate pro o contro questa app) quando gli aggrada: se vuole lavorare appare sulla mappa; diversamente non si collega; solo nel primo caso l’utente può prenotare il servizio e il lavoratore di Uber si fa pagare per la sua attività.

Non sono in grado di dire chi abbia ragione tra gli “Ubers” e i taxisti; quello che mi interessa è parlare di applicazioni che, nate negli Usa, si stanno diffondendo ovunque e che si basano sulla cosiddetta “sharing economy”, sui suoi presunti vantaggi e sulla loro applicazione al mondo del lavoro.

Gli esempi sono tantissimi: si va da www.handy.com e www.homejoy.com  per le faccende domestiche; a www.istacart.com per la consegna a domicilio della spesa; sino a www.taskrabbit.com che copre quasi tutte le esigenze che possono venirmi in mente per la gestione della casa.

Abbiamo anche degli esempi italiani: chi non ha sentito parlare di Giovanni Cafaro, il “codista”?

In un primo momento, da bravo egoista, ho iniziato a guardare con curiosità a queste iniziative: quanto tempo avrei potuto risparmiare e, soprattutto, quante cose avrei potuto “sbolognare” tramite i lavoratori ingaggiati con le app? Ho pensato al figurone che avrei fatto nel far montare (in segreto) un mobile componibile da persone esperte, senza dovermi districare tra mille viti e incomprensibili istruzioni…., ma poi ho iniziato a riflettere sul fatto che la mia pigrizia coinvolgeva dei lavoratori e mi sono domandato se fossero dei privilegiati (perché lavorano quando vogliono) o degli sfruttati (perché non hanno orari ed il servizio è poco oneroso) e mi sono sentito un verme. Vergogna!!! Nel fantasticare non mi ero minimamente preoccupato delle condizioni di lavoro della persona che avrei contattato tramite l’app.

Ho così cercato di documentarmi, ma ne sono uscito con le idee confuse. Ho trovato molte opinioni contrarie e che mi hanno fatto riflettere sugli enormi rischi di queste applicazioni e sulla possibilità che si scateni una guerra tra poveri; ma al contempo ho anche letto pareri che esaltano le potenzialità delle app.

Un dubbio di fondo però mi rimane: chi assicura che queste persone che offrono la propria prestazione tramite delle app abbiano una tutela minima? Sono senza rappresentanza sindacale; non hanno una normativa specifica; né alcun contratto collettivo di riferimento.

Quindi ho concluso di avere un’unica certezza: “so di non sapere”, come diceva Socrate.

Non sono certo che chi lavora tramite le app:
– sia effettivamente libero;
– possa scegliere se e quanto lavorare
– se è pagato in modo equo, cioè in modo proporzionale alla “…quantità e qualità della prestazione…” (art. 36 della Costituzione).

Quindi, per il momento soprassiedo dal loro uso.