Mafie

Il Welcome Criminals Act: i reati con i tuoi, i proventi con chi vuoi

Welcome Criminals Act non era il suo vero nome: si chiamava in realtà Economic Development Act (EDA) ed era una legge concepita nel 1995 dal governo delle isole Seychelles per attirare capitali e investitori dall’estero. Welcome Criminals Act la definì qualche buontempone dell’amministrazione di Washington, quando si accorse che prevedeva una garanzia di immunità personale e dei propri beni da tutti i procedimenti giudiziari, comprese le richieste di estradizione, per qualsiasi soggetto straniero che avesse depositato o investito alle Seychelles, in schemi approvati, più di dieci milioni di dollari: nessuna indagine sulla provenienza dei soldi, unica eccezione all’immunità la commissione di crimini violenti o legati alla droga, ma solo se commessi alle Seychelles.

Ci fu una tale levata di scudi contro la legge da parte di organismi statunitensi ed europei, come il FinCEN e il Gafi/Fatfche i seicellesi finirono con il lasciarla nel dimenticatoio.

Perché dunque parlarne oggi? Perché un recente articolo della dottoressa Felia Allum, dell’università di Bath, specialista in storia e politica italiana, solleva il punto dell’indifferenza da parte di uno stato per i crimini commessi all’estero quando i proventi di quei reati vengono riciclati ed investiti nei suoi confini in attività lecite. Non è infatti necessario concepire un Welcome Criminals Act che faccia rizzare le antenne alla comunità internazionale: si possono attrarre capitali opachi anche con altre tecniche meno clamorose.

La dottoressa Allum ha studiato a lungo la criminalità organizzata italiana e si è interessata a come si sia impiantata e diffusa anche all’estero, in particolare nel suo paese. Nel suo articolo fa una distinzione tra i mafiosi che negli anni ’90 si erano trasferiti all’estero per sfuggire all’arresto in Italia e quelli che oggi, pur non essendo fisicamente all’estero, sono presumibilmente attivi sul fronte dello spostamento dei capitali e del riciclaggio.

Per i primi l’articolo cita le pagine del Fatto dedicate al caso svizzero di Frauenfeld, dove la criminalità calabrese si era insediata da oltre 40 anni, mettendo radici nella comunità locale con elementi integrati nel tessuto sociale, eppure ancora strettamente legati alle associazioni di appartenenza.

Un’altra citazione merita il caso scozzese di Aberdeen, dove un membro della camorra, che aveva avviato una fiorente e redditizia attività, era stato arrestato cautelarmente nel 1995, prima del processo, su richiesta delle nostre autorità e subito rilasciato perché gli scozzesi non avevano capito le leggi italiane sulle associazioni di tipo mafioso: un soggetto ritenuto dai giudici socialmente pericoloso in Italia, giunto sul suolo scozzese, non costituiva più una minaccia. Fu poi il giudice Cantone ad ottenerne l’estradizione nel 2005 grazie ad un mandato d’arresto europeo.

Viene menzionato anche il caso di Domenico Rancadore, vissuto in incognito a Londra per vent’anni, la cui estradizione in Italia per una condanna del 1999 a sette anni per associazione mafiosa ed estorsione, dopo ricorsi, errori e controricorsi, è stata finalmente concessa dagli inglesi solo due mesi fa. Troppo tardi perché ormai, per la legge italiana, era maturato il termine di prescrizione della pena – pari al doppio della pena inflitta (14 anni) – e la prima sezione della Corte di Appello di Palermo ha dovuto disporre la scarcerazione di Rancadore il 31 marzo scorso.

Detto per inciso si può considerare piuttosto curioso l’atteggiamento della stampa britannica che ha presentato il caso del latitante Rancadore come una storia esotica, degna di interesse soprattutto dal punto di vista del costume e del folklore: le interviste ai suoi vicini di casa, stupiti e increduli, la fitta ed alta siepe, l’unica del circondario, fatta crescere intorno al suo giardino, che qualcuno gli aveva chiesto di togliere e che “adesso abbiamo capito perché l’aveva piantata”, le foto ripetute e sempre uguali di Rancadore e dei familiari, pluriavvoltolati in lunghe sciarpe per nascondere i volti, all’arrivo in tribunale nei giorni delle udienze. Nessun accenno, invece, a possibili attività della mafia in Gran Bretagna. Piuttosto, tutti a dire che il signor Rancadore, a Londra, si era sempre comportato benissimo, un cittadino modello, aveva cambiato persino il nome.

“Le autorità britanniche – commenta Felia Allum – hanno sempre avuto un atteggiamento un po’ ambiguo di fronte ai casi di mafia italiana” e aggiunge: “Noi sappiamo di Domenico Rancadore solo perché era ricercato dalle autorità italiane. Ma se un mafioso può restarsene nascosto a Londra per vent’anni, che altro sta succedendo che sfugge al nostri radar? Noi non abbiamo un quadro chiaro delle attività mafiose fuori dall’Italia ma, siccome ormai qualsiasi tipo di affari si svolge in ambito internazionale, sembra improbabile che le associazioni criminali più famose del mondo non vogliano sfruttare le opportunità offerte all’estero”.  Eppure “non c’è ancora stata, fino ad oggi, un’indagine sull’attività della mafia italiana nel Regno Unito che sia partita su impulso delle autorità inglesi”. Eppure ” le mafie si sono evolute, sono organizzazioni efficientissime, e Londra sembra il posto ideale per il riciclaggio del denaro sporco. E’ proprio là che si trovano i migliori professionisti che sanno come e dove investire il denaro senza che sia possibile risalire alla fonte. E se in Italia ci sono professionisti che fanno affari con il denaro mafioso senza che si sappia, è così irragionevole pensare che le stesse cose si facciano a Londra, come anche in Svizzera, in Germania, in Spagna o in Francia? Non ne deriverà un danno economico per il Regno Unito? Possono permettersi gli inglesi di non dedicare un po’ di attenzione a questa possibilità?”.

Il punto è proprio questo: il danno non c’è e continuerà a non esserci finché i mafiosi continueranno a comportarsi bene sul suolo inglese o se, restandosene a casa loro, si limiteranno a spostare in Inghilterra i proventi dei loro reati.

I capitali che entreranno nel Regno Unito, ovviamente, saranno sempre i benvenuti, nonostante, secondo l’organizzazione anticorruzione Transparency International, le principali fonti dei capitali in arrivo sarebbero la corruzione e l’evasione fiscale e, in percentuali molto meno importanti, anche il traffico di droga e di esseri umani. Londra attrae i soldi frutto di corruzione grazie alle leggi britanniche “note per la mancanza di regole sulla divulgazione dell’identità dei proprietari”. Basti pensare che qualsiasi società anonima delle Isole Vergini britanniche può comprare o vendere case in Gran Bretagna senza essere costretta a rendere noti i nomi degli acquirenti.

Le leggi britanniche non sono esplicite come la legge seicellese che, nella sua disarmante sincerità, “faceva chiaramente intendere quanto il governo fosse attento ad evitare che una regolamentazione “lassista” potesse alimentare l’inquinamento criminale nell’area”, ma la chiarezza della legge seicellese è utile per far capire che “i paradisi fiscali non sono paesi meno sensibili degli altri ai danni dell’inquinamento criminale, bensì che in essi il tasso di criminalità non aumenta all’aumentare del tasso di riciclaggio”.

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