Forse perché era Pasquetta, ma non sembra che per ora susciti moti di indignazione la notizia del silenziamento proclamato sullo stato avanzamento lavori all’Expo di Milano, a meno di un mese dall’inaugurazione.

Come sempre dalla tragedia alla farsa, ma con un filo di continuità.

Ricordate la prima guerra del Golfo, annata 1991, in cui i media furono arruolati loro malgrado nelle forze armate americane e l’informazione venne surrogata dai comunicati ufficiali del comando militare? Si parlò di giornalismo “embedded” (“incastrato”, nel senso di imprigionamento soft). E agli occidentali andò perfino di lusso, visto che l’affermazione del primato della (presunta) sicurezza sui diritti all’informazione ebbe pure qualche seguito cruento; per altri: “nel 1999, in Kosovo la televisione serba fu distrutta da un attacco missilistico, mentre in Iraq diverse troupe di emittenti arabe, come Al Jazeera e la televisione di Abu Dabi, sono state ripetutamente nel mirino degli americani durante la presa di Baghdad” (Alessandro Dal Lago, Le nostre guerre, Manifestolibri 2010).

Perché cito questo? La messa sotto tutela all’inizio degli anni Novanta significò la fine del cosiddetto civic journalism, dopo la lunga stagione di indipendenza dal potere conquistata grazie allo scontro vittorioso con la presidenza degli Stati Uniti (affare Watergate). Vittoria la cui onda lunga raggiunse perfino i nostri lidi, con le trasmissioni in diretta televisiva su Rai Tre delle udienze ai processi di Mani Pulite e l’insolita sensazione euforica del “liberi tutti”; contagiosa perfino per una stampa che dalle nostre parti non ha mai brillato per coraggio; lodevoli eccezioni a parte.

All’epoca si parlò di vittoria della democrazia.

Nel suo piccolo, la messa in embedded di quanto sta avvenendo nei cantieri milanesi dice qualcosa di sistemico; fornisce un non trascurabile check-up sullo stato dell’arte postdemocratico nazionale. Anche perché il black-out riguarda una realizzazione d’alto profilo che sino ad oggi si è contraddistinta per ritardi epocali accompagnati dal disvelamento di ruberie e corruttele da basso impero. Sottrarre la vicenda allo sguardo della libera informazione ha l‘evidente significato del non disturbare un manovratore che ha qualcosa (o molto) da nascondere. Visto che non è certo una ripresa televisiva o un reportage che possono rallentare i lavori. Semmai possono segnalare ritardi e inefficienze, che si portano dietro specifiche responsabilità.

Ma qui si arriva ancora una volta al nodo: la libera informazione è sempre meno libera. In effetti parlare di libertà in un sistema informativo altamente colonizzato e dipendente quale quello italiano fa ridere assai. Però sino a poco tempo fa il pluralismo era surrogato dalla presenza in campo di cordate che si contrapponevano e – così facendo – lasciavano trapelare quel surrogato di notizia rappresentato dal diverso parere: la stampa berlusconiana da un lato, quella cerchiobottista dall’altro, quella anti-berlusconiana ancora su un’altra piastrella (nel gioco dei cantoni).

Un equilibrio tra contrapposti che sembra disciolto in un nuovo unanimismo. Si potrebbe dire che – appunto, salvo lodevoli eccezioni – la chiacchiera anestetica e bipartisan di Matteo Renzi ha raggiunto il risultato di piallare con il trionfalismo ecumenico qualsivoglia asperità dalla rappresentazione ruminata degli accadimenti. Tanto da trasformare in pensiero condiviso le più spericolate capriole del regime illusionistico che ci avvolge ormai da un buon annetto: l’occupazione che riprende, la scuola risanata, il parlamento efficientato, l’arrivo imminente di una legge elettorale salvifica. Tutte escogitazioni comunicative in chiave manipolatoria che abbisognano di essere ripetute all’infinito perché assumano un’apparenza veritiera. Da qui la necessità di un sistema mediatico embedded che ripeta a pappagallo le veline di palazzo. E non rompa l’incantesimo facendo trapelare le realtà. Come quella che all’Expo di Milano si preannuncia un flop clamoroso. Da cui l’immagine renziana dell’Italia felix rischia di uscire definitivamente disastrata.