Abdirahim Abdullahi era un ragazzo di 24 anni freddato dall’esercito mentre uccideva a bruciapelo ragazzi della sua stessa età all’interno dell’Università di Garissa in Kenya. Abdirahim è stato anche lui uno studente universitario e sarebbe diventato un avvocato se non avesse scelto di diventare un combattente Shabaab e di partecipare alla carneficina in cui sono morte 147 persone. La mattina dell’attacco si è vestito come per fare un esame, jeans camicia a righe. Solo che ha imbracciato un kalashnikov ed è andato a Garissa per fare una strage. Le foto che stanno girando on line lo ritraggono in una pozza di sangue con indosso quella camicia e una casacca verde militare, probabilmente un giubbotto antiproiettile.

Immagini lontane anni luce dal volto sorridente in giacca e cravatta circondato da amici, i quali oggi sono sconcertati. “Sono scioccato – racconta a IlFattoQuotidiano.it George Osino, un giovane avvocato kenyano che ha frequentato l’universita con Abdirahim – era un ragazzo tranquillo, educato, gentile. Non avremmo mai immaginato una cosa del genere. Era appassionato di diritto, studiava tanto. Con noi non aveva mai fatti discorsi estremisti, questa radicalizzazione è una cosa che nessuno finora è riuscito a capire”.

Dopo la fine del corso in legge all’università di Nairobi, una delle più importanti del Kenya, aveva iniziato a fare pratica in una banca. Poi si è trasferito a Mombasa, città sulla costa a forte presenza musulmana e lì secondo le ultime indiscrezioni avrebbe iniziato a frequentare la Masjid Musa, una moschea finita già dall’anno scorso sotto la lente del governo kenyano. Nel marzo del 2014 infatti la polizia vi aveva fatto irruzione arrestando 130 persone con l’accusa di portare avanti il reclutamento per conto degli Shabaab e durante il blitz tre uomini erano stati uccisi. Mentre lo scorso novembre altre 250 persone sono state arrestate con l’accusa di nascondere armi nel luogo di culto.

Quando ha visto le immagini dei 4 assalitori, il padre di Abdirahim, un funzionario pubblico che lavora nella regione di Mandera, forse riconoscendo il figlio ha detto che probabilmente il suo ragazzo c’entrava con l’assalto e aggiunto di non avere più sue notizie da un anno. Chi l’ha incontrato poco prima della sua scomparsa oggi racconta che parlava tantissimo di religione e che stava tentando di raggiungere la Siria per unirsi all’Isis. Poi, visto che non era in possesso di un passaporto, ha optato per la Somalia, unendosi agli Shabaab semplicemente varcando il confine.

I guerriglieri somali da anni stanno portando avanti un massiccio reclutamento fra i ragazzi del Kenya, che fino ad oggi ha coinvolto le fasce più basse della popolazione. Ragazzi, anche minorenni che vivono in strada e che per sopravvivere raccolgono plastica e rottami per poi rivenderli e ricavare pochi spiccioli con cui comprano colla da sniffare e cibo. Loro forse sono le prede più facili da raggiungere: le organizzazioni kenyane stimano che negli ultimi anni sono migliaia i giovani partiti solo dalle periferie di Nairobi. Da Eastleight e Huruma, quartieri a maggioranza musulmana nella capitale, ma anche da Dagoretti, Pangani, Mathare. Una volta tirati via dalla strada vengono portati in scuole islamiche clandestine e lì vivono, imparano arabo e il Corano. Se l’essere sfamati e ricevere un tetto non basta, alcuni ricevono anche denaro: 1.500, 2mila dollari da dare alla famiglia.

Ma l’episodio di Abdirahim dimostra che il reclutamento non ha toccato solo le fasce più basse della popolazione. Gli Shabaab parlano a tutti i giovani kenyani con il loro stesso linguaggio: video spot su YouTube e pubblicazioni on line. I primi come fossero videogame mostrano immagini di assalti contro l’esercito che vengono montate ad arte accanto a discorsi fatti in Swahili e sottotitolati in inglese. Lo stesso vale per gli articoli pubblicati on line in cui si esalta la Jihad e il martirio. Lo Swahili è la lingua nazionale del Kenya assieme all’inglese ed è parlato in alcuni dei paesi dell’East Africa.

La scelta dei guerriglieri di usare quest’idioma è legato alla necessità di reclutare quanta più gente possibile dal Kenya cercando di sfruttare l’isolamento di alcune regioni. Specialmente quelle vicino al confine con l’Etiopia e con la Somalia che negli ultimi anni hanno affrontato enormi problemi legati ai cambiamenti climatici. Le stesse regioni di Mandera e Garissa, da anni combattono contro la carestia e siccità, mentre il governo di Nairobi appare lontanissimo e incapace di risolvere anche le necessità basilari della popolazione. Un’assenza che gli Shabaab cercando di riempire, rimpiazzando lo Stato con il terrore.

di Antonella Palmieri