“Vieni nella periferia de L’Aquila terremotata” mi dice C. e ci vado.

“Di notte ci stanno i lampioni accesi. Ci passi e senti le ante degli armadi che sbattono per il vento”.
Qui siamo lontani da tutto.
Lontani dalle risate dei lombrichi che sghignazzavano per i guadagni che il terremoto gli avrebbe portato.
Lontani dal Caimano che disorientava il mondo portando il G8 tra le macerie e mischiando le casette antisismiche o quasisismiche o pseudosismiche alle passeggiate dei presidenti tra le macerie o centellinando dentiere alle vecchie attendate nel grande esperimento di gestione antropologico di una comunità di spaesati.
Lontani dalle celebrazioni sincere e commosse, ma anche da quelle piene di fiori finti e aggettivi pomposi.

La periferia che crolla sarà, prima o poi, rasa al suolo. Le case diventeranno terra battuta per altri cantieri futuri. Le finestre che sbattono col suono dell’alluminio anodizzato degli anni ottanta scompariranno come l’alabarda spaziale di Goldrake dalle televisioni satellitari del nuovo millennio.

Ma l’anziano seduto sulla panchina davanti al duomo che ho incontrato l’altra mattina non si muove. Mi guarda e comincia a parlare come se ci conoscessimo.
Come un invasore straniero e malvagio l’Alzheimer non gli ricorda di preciso dove stava di casa prima che la palazzina gonfiasse le mura e il pavimento saltellò per il sisma ad un’ora cruda di notte.

Sorride. Mi dice “mio padre era della Brigata Maiella, la conosce? So’ partigiani che stavano contro tutti e combattevano solo per cacciare fascisti e tedeschi. Mica hanno giurato al re che dopo esse’ stato culo e camicia co’ fascisti e nazisti, ha detto arrivederci e se n’è scappato… Proprio in Abruzzo è venuto per salvarsi alla faccia del popolo che invece mica ce l’aveva la macchina veloce pe’ scappà via e salvà le chiappe. La conosce la Brigata Maiella? So’ stati millecinquecento eroi. Dopo avé liberato l’Abruzzo insieme agli alleati se ne so’ andati a combatte’ al nord. E non è mica per caso che gli hanno dato la medaglia. L’unica ad una brigata partigiana”.

Poi se ne va perché la posta chiude e deve andarsi a prendere la pensione minima. Se ne va coi suoi capelli tinti-in-casa e la voce scartavetrata dalle sigarette.
Lo guardo svicolare l’angolo e non sono sicuro che ci abbia un impegno burocratico. I nodi veri stanno quasi tutti nel cervello e lui ce ne ha uno che non è né quello gordiano, né quello più borghese che intreccia la cravatta.

Stiamo accanto al Duomo tutto incartato per i lavori di restauro. Tra scandali e prese in giro un bel po’ di cantieri sono partiti. Il centro è da salvare. La periferia no. Ma forse è giusto così.
A pranzo la piazza si riempie di muratori. Quello che mi ha portato in periferia a vedere quel pezzo di città destinata a scomparire, ovvero l’amico C., mi dice che se mi servono immagini dei primi giorni dopo la scossa forte, lui non ce l’ha. “So’ venuto per fare le riprese, ma non ce la facevo a resistere in mezzo alle macerie e alle urla”. Pure la compagna che è giornalista mi dice “al centro ci vengo oggi perché ci state voi, sennò io non ci vengo mai. La città non la riconosco. Mi fa troppo male vederla così, né viva abbastanza né morta definitivamente”.

Poi la giornata continua con gli impegni di lavoro. Nel ventricolo del cuore dell’Abruzzo ci sto per riprendere gli ultimi pezzetti di un film che ho girato in un’altra periferia, il Quadraro di Roma, che però non è tanto differente dalle periferie che stanno sparpagliate in collo ai perimetri di tutte le altre città del mondo.

Poi la sera vado a trovare un po’ di compagni (una volta si diceva così) in un posto che si chiama Piazza d’Arti. Subito dopo le scosse si sono mossi con un bus per portare libri tra gli sfollati. Poi hanno conquistati uno spazio dove fare teatro e anche mostre di arte contemporanea. Perché nell’emergenza abbiamo bisogno di libri e teatro, di musica e arte astratta. Le istituzioni che dicono “la cultura non si mangia” dovrebbero ricordarsi che “non viviamo di solo pane”. Che non siamo piccioni da ingrassare, ma gente che può restare senza pagnotta da infilare nella fucina dello stomaco, ma non senza i bagliori nel tempio del cervello.

Vado a dormire con un groviglio in testa. Un groviglio di macerie e cantieri, di vecchi partigiani e nuovi compagni.

E mi ricordo di un’intervista che ho fatto più di dieci anni fa. Bianca Guidetti Serra mi parlava del partigiano Emanuele Artom. In tempo di guerra le aveva chiesto dei libri e lei s’era stupita che in montagna avesse bisogno di quelli e non di armi e cibo. Ma lui le aveva spiegato che il fascismo non si combatteva solo col pane e le bombe, ma soprattutto con la cultura. Quella che non si mangia, ma che si respira. Con lo stomaco vuoto possiamo starci per giorni, ma senz’aria basta un attimo per crepare.