Bisogna immaginare come i grandi sbancamenti operati in antico per la costruzione del Foro della Pace, del tempio di Venere e Roma e della Basilica di Massenzio abbiano progressivamente provocato la scomparsa dell’altura della Velia. E’ necessario pensare a quale grande cantiere abbia comportato la realizzazione del Foro voluto da Vespasiano nelle fasi successive alla guerra civile del 69 d. C. A dissotterrare le strutture superstiti del terzo complesso forense imperiale, a restituire alla vista frammenti del paesaggio dell’area centrale di Roma, hanno provveduto le indagini del 1998-2000 condotte dalla Sovrintendenza comunale.

Quanto emerso ha certamente contribuito ad accrescere le conoscenze su un monumento di straordinaria rilevanza sia per i caratteri planimetrici, che per la presenza di elementi di arredo di indiscusso appeal. Quanto questo bagaglio di nuove informazioni del quale hanno potuto godere gli addetti ai lavori sia stato patrimonio comune è agevole intuirlo osservando i resti del Foro dall’alto. Orientarsi tra le strutture superstiti, tentare di immaginare le sagome in elevato del complesso antico è un’operazione quasi impossibile. Nonostante il pannello con la ricostruzione. Piuttosto lo sguardo è attirato dai frammenti delle grandi colonne in granito rosa di Assuan disposte ordinatamente a terra.

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A parte pochi cambiamenti così si presenta il Foro della Pace alle centinaia di migliaia di turisti che transitano lungo via dei Fori Imperiali. Da quindici anni. In un tempo, coincidente al mandato di cinque differenti sindaci, ci si è accontentati di mostrare quel che restava della piazza vespasianea nella sua versione light. Non molto diversamente da come era stata rivelata dagli scavi. Spoglia di quasi di qualsiasi supporto potesse aiutare a comprenderne la forma. Rovine e poco più. Almeno per la maggior parte delle persone. Poi il 20 marzo scorso la notizia dell’anastilosi. Una ricostruzione parziale che prevede di innalzare sette delle originarie colonne, riutilizzando i frammenti esistenti. Un progetto presentato dal sindaco Marino, dall’assessore a Cultura e Turismo, Marinelli, da quello ai Lavori Pubblici, Pucci e dal sovrintendente capitolino Parisi Presicce.

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Ogni cosa decisa. I lavori, affidati all’impresa Blasi, aggiudicataria dell’appalto, con la direzione tecnico-scientifica della Sovrintendenza, dureranno “per la precisione 85 giorni dal loro inizio e costeranno 665.900,84 euro”, come si legge sul sito online del Comune. Ma un’anteprima, anche se parziale dell’operazione, sarà già visibile il prossimo 21 aprile. Tutto bene, quindi? Pare proprio di no, considerando che forse nella fretta di fare ci si è dimenticati che le modalità che si dovrebbero usare per garantire la necessaria stabilità alle imponenti colonne non possono quelle utilizzate per esempio nei vicini cantieri della costruenda metro.

Insomma il cemento armato, che finora era servito per realizzare i pali di contenimento della struttura della metro lungo via dei Fori imperiali dall’altezza della basilica di Massenzio fino quasi al tempio di Venere e Roma, fa capolino anche all’interno dei fori imperiali. Si tratterebbe dei plinti necessari a sorreggere le colonne. Scelta infelice, perché evidentemente invasiva della struttura antica e con difficoltà amovibile. Un autentico sfregio consumato in “un luogo particolarmente importante perché non era soltanto un luogo sacro dove si veniva per meditare, ma anche uno spazio museale, uno dei più antichi nella storia di Roma”, come ha detto Marino. Un nonsense non solo per i professionisti del settore ma anche per qualsiasi appassionato. Scelta quella dei plinti che peraltro appare fuori luogo dal momento che sulla struttura antica si conservano quasi per l’intero numero le fondazioni in peperino sulle quali erano poggiate le basi marmoree. Quindi, perché non servirsi del collaudato esistente, aggiungendo basi marmoree nuove? Così il rischio che quei resti a lungo mostrati come rovine si trasformino in uno spot per il cemento, c’è.

In una città nella quale le polemiche rischiano di soffocare ogni iniziativa, iniziare a coinvolgere in maniera reale i romani almeno nelle scelte più importanti potrebbe costituire un ausilio tutt’altro che trascurabile. Tanto più per quel che riguarda le politiche culturali, presunto patrimonio comune. Il dubbio che anche in questa questione a difettare sia una mancanza di competenze, rimane.