In Svizzera il mercato della cannabis vale oggi circa un miliardo di franchi. Una cifra enorme, attorno alla quale (in assenza di regolamentazione) si è consolidata nel tempo la gestione da parte del crimine organizzato. Secondo le informazioni diffuse dalle forze di polizia elvetiche il mercato delle droghe leggere oggi viene gestito da immigrati di seconda generazione dell’ex Jugoslavia, come anche da parte di migranti spagnoli e portoghesi, che erano attivi già nel campo dell’eroina e della cocaina e si sono messi nel business della coltivazione, controllando una parte del traffico della cannabis. Quasi ogni settimana in varie parti della Svizzera vengono scoperti capannoni industriali adibiti a coltivazioni indoor. Sono spazi gestiti direttamente dalle organizzazioni criminali, che impiantano grandi produzioni intensive (dalle mille alle 30mila piante di canapa indiana) ricavando anche quattro raccolti l’anno. Contro il mercato nero delle droghe leggere opera un sistema repressivo che vede impegnati ogni anno 17 mila poliziotti, che denunciano 98 mila tra spacciatori e consumatori, per un costo di mezzo milione di franchi svizzeri.

È contro l’illogicità di questo sistema che nella Confederazione è ripartito il dibattito sulla regolamentazione delle droghe leggere, un dibattito che vede impegnate associazioni, partiti e governo nel tentativo di avviare una sperimentazione capace di convincere l’opinione pubblica sull’opportunità di avviare un nuovo approccio sul tema.

E il dibattito non può non tenere conto di quanto accaduto nella storia recente, negli anni a cavallo del nuovo millennio, tra il 1998 e il 2004, quando il Canton Ticino è diventato la Giamaica delle Alpi, il Bengodi per migliaia di consumatori locali e italiani che hanno approfittato di una lunga parentesi di deregulation per acquistare e consumare impunemente marijuana e hashish venduti ad esempio come sacchetti odorosi per profumare gli armadi. “Noi avevamo un’emergenza sociale e di ordine pubblico enorme – racconta il procuratore ticinese Antonio Perugini -, perché nello spazio di poco tempo, approfittando di un vuoto normativo e dello spazio politico dettato dalla discussione sulla depenalizzazione, gruppi criminali hanno messo in piedi un business floridissimo”. Le coltivazioni sono state impiantate su terreni e capannoni sfitti, dove veniva prodotta cannabis ad alto tenore di Thc: “Poi sono stati aperti i negozi che, con la famosa scusa di vendere sacchetti per armadi, aggiravano la legge. Uno, due, tre siamo arrivati a 75 negozi. La legge prevedeva che venisse dimostrate la finalità di vendita come stupefacente, abbiamo dovuto fare per mesi e mesi l’audizione di tutti quelli che entravano in questi canapai per controbattere all’argomentazione dei venditori che negavano che la vendita di canapa fosse uno spaccio mascherato”.

Dopo un’indagine durata qualche anno, uno dopo l’altro sono stati chiusi tutti i canapai: “Il giro era milionario  – continua Perugini -, la coltivazione della cannabis stava soppiantando il settore agricolo cantonale. Tutti  i proprietari di serre, terreni e capannoni affittavano a queste organizzazioni che pagavano bene”. La vendita di cannabis era illegale e contrastata dall’autorità giudiziaria ma era di fatto tollerata dall’autorità politica e da quella che si occupa della regolamentazione del commercio. “C’erano delle differenze di approccio – spiega Oliver Gueniat, criminologo e capo della polizia del Cantone Neuchatel -, ed è stato un disastro per il Ticino. Le coltivazioni erano militarizzate, sottoposte a guardiania armata, barricate, vigilantes, c’erano cani a controllare i recinti, telecamere ad infrarossi, in quegli anni sono stati registrati attacchi con armi d’assalto. Insomma, era un vero marasma, che ha attirato in Ticino anche la mafia italiana che tramite dei fiduciari facevano soldi e giravano gli utili verso Montecarlo”. I consumatori italiani compravano in Ticino e poi fumavano spesso in loco perché non volevano passare la frontiera per paura della polizia italiana, dove la legge era molto più severa che in Svizzera. Insomma, una situazione che ha minato la piccola e tranquilla Svizzera.

Ecco perché oggi, anche sulla scorta di quella esperienza negativa, chi sostiene un cambio di passo sul tema delle droghe leggere, chiede una regolamentazione ferma e decisa del settore, che metta al riparo da infiltrazioni malavitose e che non lasci spazio ad interpretazioni di sorta.