È ormai diventato virale il video del vescovo di Noto, Mons. Antonio Staglianò, che nella sua omelia in occasione della celebrazione delle cresime, il 22 marzo scorso, ha usato parole di canzoni di Noemi e Marco Mengoni per coinvolgere maggiormente i fedeli.

Direi che il pop in chiesa è una vecchia storia e, anche su queste pagine, nel giugno dello scorso anno, mi è capitato di parlare delle ugole d’oro di tale Padre Ray Kelly che si cimenta con Hallelujah di Leonard Cohen, e della sua versione pecoreccia e nostrana, Don Bruno Maggioni canta Mamma Maria dei Ricchi e Poveri.

In genere, quando escono video di questo tipo diventano virali, e ovviamente il motivo è nello straniamento che creano il contesto e il mittente dell’esibizione. Ci sono però enormi differenze tra i video precedenti e quest’ultimo. Staglianò non si esibisce, usa semplicemente le canzoni come linguaggio del quotidiano: orizzontale, diretto per coinvolgere maggiormente le persone, in una forma a loro enormemente familiare. La differenza è abissale.

Come mi è già capitato di dire nel post di giugno, c’è grande distanza tra l’uso delle canzoni in chiesa e quello nel pop: in chiesa si canta per celebrare Dio; nel pop chi canta è Dio. Lo scrissi nell’altro post, dove facevo anche riferimento al fenomeno di Suor Cristina.

Ora: l’assenza dell’intenzione di esibirsi, l’assenza di performance, mette Staglianò su un piano differente dal canto degli altri sacerdoti, e rende ciò che fa perfettamente a proprio agio nell’omelia. Staglianò sa bene che le canzoni arrivano prima e meglio di altre forme comunicative nella coscienza delle persone, oggi. Soprattutto il pop, con testi diretti e semplici, e concetti altrettanto piani e comprensibili. E lo fanno in maniera tranquillizzante, utilmente ecumenica. Quello italiano, poi, è particolarmente buonista.

Non si tratta di arte, che qui non c’entra davvero niente. Non si tratta di rapporti con la poesia: nessun motivo filologico alla base. Figurarsi. Staglianò parla semplicemente un linguaggio maggiormente compreso dai giovani, e non solo da essi. Modula anche la voce, accenna al canto, ma – come detto – senza superare il confine ed entrare nel territorio dell’esibizione: canta quel tanto che gli basta per dare un senso di familiarità alla percezione di chi ascolta. Usa un linguaggio molto caro a chi ascolta. Quello che fa Staglianò è un gesto di grande naturalezza.