Prendere come soggetto della propria arringa-discussione un personaggio come Pitagora, da tutti conosciuto per l’omonimo teorema e poco altro ma che era genio ed intellettuale finissimo in ogni disciplina, significa tracciare una linea tra l’ottimismo di ciò che il pensiero umano può produrre in termini di bellezza e felicità ed il pessimismo che incombe sulla nostra terra, dalla natura, come da tutti gli stravolgimenti che gli esseri umani hanno prodotto attorno a loro. Una battaglia tra il positivo ed il negativo è il Pitagora di Roberto Kirtan Romagnoli (quando dice ‘ragassi’ sembra di vedere e sentire Crozza che fa Bersani), anche sulla scena ed impegnato al santur, strumento persiano a percussione, e Loris Seghizzi, anche in regia, una lotta tra le meravigliose possibilità espresse dall’intelletto umano ed il suo contrario, le nefandezze, la stupidità, le distruzioni, l’incapacità, la cecità, l’incoscienza, la tracotante superbia.

Romagnoli - foto di Michela Biagini
Romagnoli – foto di Michela Biagini

Romagnoli (una certa somiglianza col Massimo Ciavarro di Sapore di mare), in una delle sue prime apparizioni sulla scena, musicista di strada, tiene, naif ma energico, doma il racconto (anche se nella seconda parte la drammaturgia si fa più confusionaria e inizia a perdere colpi), lo fa suo, esplode in intimismi nostalgici personali come in un uragano d’invettive. Il suo grido è un I have a dream lanciato contro l’umanità per tornare ad essere granaio di invenzioni e non ricettacolo di pericoli. L’attacco è prettamente politico, fuori dai denti, condivisibile e populista se vogliamo ma supportato da dati e documenti (lo potremmo chiamare un ‘discorso grillino alla nazione’) che oscilla tra ecologismo e sostenibilità, impatto ambientale, naturalistico, faunistico, ecologico. Perché tutto parte da lì e lì ritorna, dalla natura che l’uomo ha violentato con l’illusione di poterla piegare ai propri voleri causando disastri di portate bibliche.

Dal surriscaldamento globale ai mammiferi in via d’estinzione, dalla fame nel mondo per miliardi di innocenti, al disatteso accordo di Kyoto, l’uomo è stato, è e sarà l’unica razza vivente che metterà a repentaglio l’esistenza propria e quelle degli altri animali. L’uomo concepito come un’occasione perduta, un’arma a doppio taglio da maneggiare con cura ma che ormai è scappata di mano alle sue funzioni, al suo creatore. E’ qui che entra in gioco Pitagora (secondo step dopo Ulisse di un viaggio attorno alle grandi figure storiche o letterarie del passato) illuminato e sognatore, precursore e visionario, aperto, accogliente a nuove idee come a nuove culture.

Il messaggio è ‘accordarsi dentro e fuori i corpi’, cercando quell’armonia di fondo, chiamata benessere, per far risuonare all’unisono, senza distonie né storture né stonature, l’intorno, le forze della natura con il piccolo universo infinito contenuto all’interno di ogni cervello. Un ritorno alle origini, un ascolto più profondo e più ampio per comprendere meglio e conoscere le opportunità che la nostra mente ci può regalare senza appiattirci verso uniformanti bassezze.

Roberto Romagnoli - foto di Michela Biagini
Roberto Romagnoli – foto di Michela Biagini

 

Romagnoli e Seghizzi sperano in etica, onestà, saggezza, intelligenza, moralità, scienza e coscienza per ribaltare un destino (anche in politica), il nostro, che sembra una palla lanciata in discesa come una valanga inarrestabile. La loro è una critica all’uomo e una lode all’uomo, cercando quella figura nuova, in stile Principe machiavellico, che riesca a portare la luce in queste tenebre contemporanee. E’ un canto ed un inno alla scuola, alla formazione e all’informazione, allo studio come forma prima di ribellione e di rivolta verso il conformismo, il pensiero unico, le verità con le quali altri ci hanno imboccato. Aspettando un nuovo Godot pitagorico.

Visto al Teatro del Sale, Firenze, il 31 marzo 2015.