Nonostante l’insistente retorica chiacchierona sul ricambio auspicato del personale politico, le nuove leve apparse in questi ultimi tempi sulla scena nazionale stanno rivelando tutti i difetti di chi li aveva preceduti: cinici furbetti con forte propensione al carrierismo e assoluta indifferenza riguardo ai principi dell’etica pubblica.

In particolare, si evidenziano tre vizi cronicizzati: morbosa bulimia di potere (Matteo Renzi), imbelle riluttanza ad assumere rischi politici (Pippo Civati), arrendevolezza opportunistica alle offerte più inconfessabili (Matteo Salvini). Quell’assenza di un saldo carattere orientato al civismo che – già da alcune generazioni – è il tratto tipico del ceto politico italiano.

Ma se ormai ci era perfettamente chiaro che Renzi è uno spregiudicato arraffa-tutto narcisistico con forti propensioni autoritarie e Civati un titubante pesafumo, cui difettano gli speroni e quel minimo di fierezza per le doverose rotture innanzi a provocazioni intollerabili, la sorpresa in negativo è rappresentata dal giovane leghista. Un tipo che certamente funge da megafono di inquietanti idee primordiali per puro calcolo di convenienza; e – tuttavia – sembrava accompagnarle almeno con una certa dose di intransigenza.

Infatti, era evidente trattarsi di uno spudorato professionista della politica, chiamato a rilanciare il proprio partito ridotto ai minimi termini dal pregresso scatenamento accaparrativo di gente che si portava dietro fami ataviche e aspirazioni vanitose troppo a lungo represse: dalle lauree albanesi e i suv per i figli ai diamanti come bene rifugio a spese del pubblico denaro, ai regaletti per lo gigolò canterino. Uno spaccato miserabile di Strapaese, il cui disvelamento occorreva far dimenticare ai valligiani delusi alzando i toni oltre le soglie del parossismo; cavalcando odi primordiali verso chi e quanto non si conosce, però ricucinati in salsa francese.

Paccottiglia politica senza dubbio, ma esibito con la determinazione di chi non ha paura di puntare in alto, alla leadership. Immagine largamente ridimensionata dall’accordo testé stipulato con Silvio Berlusconi, recandosi in deferente pellegrinaggio alla Canossa di Arcore.

La giustificazione ufficiale è quella di non perdere la presidenza di Regione Veneto, messa a repentaglio dalla guerra fratricida tra il governatore uscente Luca Zaia e il sindaco veronese Flavio Tosi; con il conseguente rilancio delle chance del terzo incomodo, la piddina Alessandra Moretti. Accordo che comporta il ritiro del candidato leghista Eugenio Rixi dalla gara per la presidenza della Liguria, a vantaggio del famiglio del padrone di Forza Italia: l’inespressivo e più che mai dimenticabile Giovanni Toti. Scambio di favori territoriali?

In effetti l’accordo produce effetti ben più significativi: la riacquistata centralità dell’ex Cavaliere all’interno del conglomerato di destra (che – così facendo – ricostruisce il ‘secondo forno’ per Matteo Renzi, in modo da potergli offrire quel soccorso in caso di imboscate da parte della sinistra Pd; da incassare in termini di vantaggi sottobanco: per le proprie aziende come per i guai giudiziari personali) a fronte della rinuncia del giovane Salvini alla pretesa più volte manifestata di puntare a egemonizzare l’intero schieramento destrorso. Il cadreghino di Zaia vale così tanto?

Bisbigli parlano di ben altra materia negoziale, che potrebbe venire alla luce del sole qualora nei prossimi mesi ritornasse in edicola il quotidiano la Padania. A conferma della regola che valeva immancabilmente anche al tempo di Umberto Bossi. Alla fin fine un riccone come il Berlusca se li compera, i celoduristi. Nonostante il palese appannamento dell’incartapecorito seduttore.

Dopo tanto abbaiare contro extracomunitari ed euro, il ‘tombino di ghisa’ Salvini è finito a guaire come Dudù davanti a un interlocutore che parrebbe continuare a praticare con successo la coazione a ripetere nei confronti del Foro Boario chiamato Lega. Il cui segretario potrebbe darne conferma scrivendo sulla prossima felpa la cifra corrispondente al valore di mercato dell’indipendenza. In euro o vecchie lirette.