Si può misurare la meritocrazia? Si può cercare di farlo costruendo un indicatore che sintetizza le varie dimensioni in cui si articola un sistema sociale ed economico orientato, appunto, alla promozione del merito. Rispetto agli altri paesi europei, i risultati dell’Italia sono sconfortanti.

di Paolo Balduzzi*, Giorgio Neglia** e Alessandro Rosina*** (lavoce.info)

La meritocrazia

Il concetto di “meritocrazia” è molto utilizzato nel dibattito pubblico, non solo dai giornalisti, ma anche da imprenditori, politici, insegnanti e qualche volta anche dai sindacalisti. Il termine è certamente sfuggente, controverso e si presta a numerose polemiche; tuttavia, almeno in linea di principio, tutti concordano che in Italia di “meritocrazia” ve ne sia poca.
Dal punto di vista economico, la carenza di merito si associa all’idea di un sistema poco efficiente, perché non consente un’allocazione ottimale delle risorse, cioè di far giungere nel posto giusto chi può svolgere meglio quel ruolo. Tutto ciò finisce per comprimere la mobilità sociale, come molti studi documentano, facendo dipendere gli esiti individuali più da caratteri ascrittivi (genere, luogo e famiglia di origine) che acquisitivi (impegno personale, competenze e capacità).
Chiunque provi, però, a proporre una misura della “meritocrazia” si avventura su un terreno minato. Da un lato, ognuno ha una propria idea di cosa si debba inserire in tale concetto; dall’altro, tecnicamente, si tratta in effetti di una grandezza complessa e multidimensionale. Inoltre, manca una vera e solida discussione pubblica su cosa sia il merito nella sua natura plurale (Kenneth. J. Arrow, Samuel Bowles e Steven. N. Durlauf: “Meritocracy and Economic Inequality”).
Qui, presentando in sintesi un lavoro più ampio, ci concentriamo sulle condizioni “meritocratiche” del sistema in cui si opera. Più nello specifico, per “meritocratico” intendiamo un contesto che consenta alle doti e alla progettualità di ciascuno, indipendentemente dalle condizioni di partenza e di appartenenza, di arrivare a rendere al meglio nel mercato del lavoro e nei luoghi di rappresentanza, in coerenza con il tema dell’uguaglianza delle opportunità (sviluppato, innanzitutto, da John Roemer).
Il nostro esercizio permette quantomeno di iniziare a dare un riscontro empirico e operativo a un concetto utilizzato spesso in modo vago e quindi anche strumentale.

La misura

La misura di meritocrazia da noi proposta (“meritometro”) corrisponde operativamente a un indicatore complesso che deriva dalla sintesi di varie dimensioni in cui si articola un sistema sociale ed economico orientato alla promozione del merito nell’accezione sopra indicata (si veda la tabella 1).
Per farlo, abbiamo adottato una procedura standardizzata e trasparente (che ha previsto anche un confronto tra esperti attraverso il metodo Delphi). L’esito ha portato a identificare le dimensioni (connesse soprattutto alle opportunità di partenza e alla possibilità per tutti di esprimere liberamente le proprie potenzialità) e l’insieme di indicatori più idonei, in grado di rispettare alcuni requisiti: essere disponibili e riconosciuti, consentire confronti nel tempo e nello spazio, derivare da una fonte autorevole e continuamente aggiornata (in primis, Ocse e Eurostat). Si è poi proceduto a sintetizzare le dimensioni in un unico indicatore, previa standardizzazione e assegnando un peso omogeneo. Per verificare la robustezza, l’esito finale è stato poi messo a confronto con soluzioni diverse sul tipo di sintesi e si è verificato che ranking tra i paesi e distanze non dipendessero da ciascun singolo indicatore. In altre parole, la critica su un singolo indicatore e la sua eventuale esclusione non inficiano il risultato finale.
Maggiori dettagli sul nostro lavoro, comunque, si possono trovare qui.

Tabella 1 – Dimensioni e indicatori utilizzati per costruire il “meritometro”

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I risultati

In ambito europeo, considerando dodici realtà nazionali per le quali risultava disponibile il set completo dei dati, i paesi più “meritocratici” risultano essere quelli scandinavi, seguiti da Germania, Paesi Bassi, Gran Bretagna, Austria e Francia (grafico 1).
L’Italia è in ultima posizione, con un punteggio di 23,3 pari a meno della metà della Finlandia (67,7), paese europeo più virtuoso, ma anche inferiore di dieci punti alla Spagna (34,9) e perfino alla Polonia (38,8).
Nel complesso, la posizione del nostro paese nel raffronto europeo appare sconfortante. Siamo ultimi nella classifica generale, ma anche in quelle relative a quasi tutte le singole dimensioni.
Ne risulta la fotografia di una società sostanzialmente “opaca” nei meccanismi di selezione, con una bassa mobilità e un sistema di regole poco trasparente.
La procedura di misurazione qui proposta va intesa come un tentativo aperto alla discussione e a miglioramenti, che consente di avere un primo riscontro empirico della posizione relativa in cui si trova l’Italia rispetto ad altri paesi. La nostra convinzione, in ogni caso, è che monitorare questo indicatore aiuti a capire quanto siamo sulla buona strada nel cercare di diventare, nel complesso, un paese più efficiente, più competitivo a livello internazionale, più attrattivo per gli investimenti dall’estero, con meno diseguaglianze sociali e generazionali.

Grafico 1 – Il “meritometro” in dodici paesi europei (anno 2014)

Meritometro

* Ricercatore in Scienza delle finanze presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

** Consigliere Forum della Meritocrazia

*** Professore Ordinario di Demografia all’Università Cattolica di Milano, dove insegna Demografia e Modelli di Population Dynamics; afferisce all’Istituto di Studi su Popolazione e Territorio. Ha ottenuto il Dottorato in Demografia studiando a Padova e a Southampton. Nel biennio 2000-2001 è stato ricercatore Istat. È caporedattore della rivista Popolazione e Storia, e fa parte del consiglio scientifico del Gruppo di Coodinamento per la Demografia della Società Italiana di Statistica (SIS). Ha al suo attivo molte pubblicazioni su volumi e riviste nazionali ed internazionali su temi riguardanti l’entrata nella vita adulta, la formazione della famiglia, le differenze di genere e la paternità.