WILD di Jean-Marc Vallée. Usa 2014, dur. 115 – Con Reese Witherspoon, Laura Dern

Una donna, il suo enorme e pesantissimo zaino, oltre 1500 chilometri di sentiero da percorrere da sola, dal Messico al Canada, dal deserto alla montagna, per rinascere dopo il doloroso e apparente capolinea della vita. Wild, come tutti i biopic, andrebbe visto senza aver presente il modello biografico romanzato di partenza. Qui c’è una Reese Whiterspoon/Cheryl che non si mimetizza con nessuna avventuriera della domenica, e nemmeno con una qualche macchietta tragica che esce dal tunnel della morte e della droga. Inoltre non c’è nemmeno l’epica romantica del “wilderness” Usa, la forza sovrannaturale dell’impresa improbabile. Semmai ci sono i passaggi in auto presi in continuazione, qualche pacco regalo con dentro vestiti di ricambio, la via di fuga di un pasto caldo prendendo una deviazione laterale rispetto al “trial” ufficiale. Per questo la regia di Vallé pur “sporcata” dalla modernità di una macchina a mano che spesso anticipa la protagonista sui sentieri, scavalca di campo come un atleta, congiunge i punti sparsi del racconto tra flashback sonori/visivi (la lastra del tumore materno rispecchiata su un quadro è un bel dettaglio art house) mostrando la normalità di una sfida catartica con la possibilità di una qualsiasi interruzione. Fateci caso: non c’è mai niente di sciocchino o cretino su cui ridere e per cui ridere nel film, nemmeno quando la protagonista monta la tenda da campeggio nella prima sosta del sentiero. Wild è un’opera terribilmente seria e concreta, tosta e silenziosamente dolorosa, sul mistero e la sacralità di ogni singola vita di questo pianeta che prova a dare una svolta all’esistenza. Riuscendoci. 3/5

SECOND CHANCE di Susanne Bier – Danimarca 2014, dur. 110 – Con  Nikolaj Coster-Waldau, Maria Bonnevie

L’insistenza con cui Susanne Bier spinge personaggi e spettatori dei suoi film in un ineluttabile crepaccio etico, sempre di fronte a scelte epocali tra bene e male, ha del dolo. Due coppie danesi con neonato: il buon poliziotto con sinistra moglie perfettina; due tossici, lui violento e instabile, lei debole e sottomessa. I secondi però fanno sguazzare nelle feci e maltrattano il proprio piccino. Quando la tragedia investirà l’infante della coppia buona, sarà proprio l’uomo modello a compiere un gesto deprecabile verso la coppia cattiva che provocherà un effetto domino tra finti rapimenti di bambini, inattesi suicidi e violenze familiari, e una detection poliziesca da prima elementare. Il cinema della Bier è questo enorme pacco bomba con macchina da presa in tremolante movimento, tagli di montaggio in anticipo sulla fine dell’azione compiuta dall’attore, musica extradiegetica a forzare le emozioni, mobilio di pregio a decorare lo spirito borghese dei borghesi, e un’innata voglia ricattatoria di spingerti nel vortice della storia senza assumere mai un vero e proprio punto di vista sul tema spiattellato davanti agli occhi. Second Chance ha anche una possibile seconda lettura, vista l’affezione alla Bier dei distributori italiani Teodora che non sono proprio gli ultimi arrivati: quello di puro cinema di genere, come per alcuni noir di Lang (La donna del ritratto), dove il protagonista è una sorta di consapevole vettore che esplora smaccatamente i meccanismi del racconto. Comunque un film discutibilissimo. 2/5

SOLDATO SEMPLICE di Paolo Cevoli – Italia 2014, dur. 99 – Con Paolo Cevoli, Luca Lionello

Per alcuni critici dirimpettai basta la “simpatia” di un attore per fare un buon film. Ecco, allora Cevoli è simpatico e la chiudiamo qui col massimo dei voti. Invece Soldato Semplice, ben oltre la buffoneria del comico romagnolo, è un’operazione cinematografica davvero imbarazzante. Una gita scolastica tra attori, tecnici e maestranze a volo d’uccello sullo spauracchio della prima guerra mondiale. Storia esilissima di cui si perde essenza e senso dopo pochi minuti, reiterati e vuoti punti macchina (quello davanti alla baracca dei soldati ci riporta ai campi lunghi che rilanciavano la nuova sequenza dei telefilm anni ottanta) per una regia improntata ad un’anonima e frettolosa miseria di sguardo. Cevoli dopo dieci minuti innesta il pilota automatico dell’interminabile monologo comico sulla “romagnolità” che sfinirebbe anche un mulo, fino all’esecrabile finale del sacrificio patriottico. Letale.  1/5